C’era un tempo in cui potevamo sparire
Provate a fare un piccolo esperimento mentale. Immaginate di uscire di casa una mattina d’estate senza smartphone, senza navigatore, senza messaggi e senza alcuna possibilità di essere rintracciati in tempo reale. Per molti ragazzi nati negli ultimi vent’anni sembra quasi una situazione impossibile da immaginare. Eppure, per gran parte della nostra vita, questa era semplicemente la normalità.
Le estati degli anni Settanta, Ottanta e Novanta si svolgevano in un mondo che oggi appare quasi esotico. Si usciva di casa dopo colazione e si tornava quando iniziava a fare buio. I genitori si fidavano del fatto che prima o poi saremmo ricomparsi. Gli amici si cercavano suonando ai citofoni o passando davanti alle loro case in bicicletta. Gli appuntamenti non venivano confermati dieci volte tramite WhatsApp. Se qualcuno diceva “ci vediamo alle quattro davanti al bar”, alle quattro ci si trovava davvero davanti al bar.
Non era un mondo migliore. Era semplicemente un mondo costruito su tempi diversi. Tempi più lenti, più imprevedibili e forse, proprio per questo, più ricchi di sorprese.
Quando la noia produceva idee
Uno degli aspetti che più colpiscono guardando indietro è il rapporto che avevamo con la noia. Oggi ogni momento vuoto viene immediatamente riempito. Bastano pochi secondi di attesa alla fermata dell’autobus o in una sala d’aspetto per vedere comparire uno smartphone. Scorriamo notizie, guardiamo video, leggiamo messaggi. Siamo costantemente occupati.
Nelle estati di qualche decennio fa la noia era invece una compagna abituale. Arrivava nei pomeriggi troppo caldi, nelle giornate senza programmi, nei momenti in cui gli amici erano fuori città e non c’era nulla di particolare da fare. Eppure quella noia raramente durava a lungo. Dopo qualche minuto diventava curiosità, invenzione, desiderio di esplorare.
Ci si metteva a costruire qualcosa, a leggere un libro trovato per caso, a sfogliare vecchie riviste, a fare una passeggiata senza meta. Molte passioni sono nate proprio così, in quelle ore apparentemente inutili che oggi probabilmente riempiremmo guardando uno schermo.
Gli psicologi parlano spesso dell’importanza dei tempi morti per lo sviluppo della creatività. Forse non è un caso che molte delle nostre idee migliori arrivino quando smettiamo di inseguire stimoli continui e lasciamo alla mente lo spazio per vagare liberamente.

Le vacanze prima dei social network
Anche il modo di viaggiare era diverso. Le vacanze non erano ancora diventate una forma di comunicazione pubblica. Le fotografie si scattavano con parsimonia perché ogni rullino aveva un costo e nessuno poteva sapere immediatamente se l’immagine fosse venuta bene oppure no. Una volta tornati a casa si aspettava lo sviluppo delle fotografie e solo allora si scopriva cosa era stato davvero catturato.
Questo cambiava profondamente il nostro rapporto con i luoghi. Si osservava di più e si documentava di meno. Un tramonto veniva guardato prima di essere fotografato. Una piazza veniva vissuta prima di essere condivisa. I ricordi esistevano principalmente nella memoria delle persone e non negli archivi digitali.
Oggi milioni di immagini vengono caricate ogni minuto sui social network. È una straordinaria possibilità di condivisione, ma talvolta si ha la sensazione che l’atto di raccontare un’esperienza stia lentamente sostituendo quello di viverla.
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