Ci sono artisti che accompagnano una stagione della nostra vita. Li ascolti per qualche mese, magari per qualche anno, e poi restano legati a un preciso periodo, a una persona, a un luogo. E poi ci sono artisti che continuano a camminare accanto a noi per decenni. Non sempre in prima fila. A volte scompaiono per anni, salvo poi riapparire all’improvviso, come vecchi amici che non vedevamo da tempo ma che riconosciamo immediatamente.
Per me Ben Watt è uno di questi.
È una presenza musicale che attraversa oltre quarant’anni della mia vita, dai giorni degli Everything But The Girl fino ai suoi straordinari lavori solisti. Una presenza discreta, mai invadente, ma capace di riemergere nei momenti più inattesi e di riportarmi immediatamente a luoghi, emozioni e ricordi che credevo dimenticati.
Se dovessi spiegare perché le sue canzoni hanno avuto un impatto così profondo sulla mia vita, probabilmente non saprei farlo con precisione. Ho provato molte volte a trovare una risposta razionale. Non ci sono riuscito.
Forse perché la musica di Ben Watt non agisce sulla parte razionale di chi ascolta.
Agisce altrove.
Gli Everything But The Girl e la scoperta di una sensibilità diversa
Come per molti della mia generazione, il primo incontro con Ben Watt avvenne attraverso gli Everything But The Girl, il progetto musicale creato insieme alla moglie, Tracey Thorn.
Negli anni Ottanta e Novanta, mentre gran parte della musica pop cercava di conquistare l’ascoltatore con ritornelli immediati e produzioni sempre più elaborate, gli Everything But The Girl sembravano provenire da un altro universo.
C’era eleganza. C’era misura.
C’era una malinconia raffinata che non sfociava mai nella tristezza.
Le loro canzoni parlavano di amore, distanza, crescita e fragilità con una sincerità che raramente trovavo altrove.
Poi, come accade spesso nella vita, altre passioni musicali presero il sopravvento. Nuove band, nuovi generi, nuove scoperte. Gli Everything But The Girl rimasero sullo sfondo, custoditi in uno scaffale ideale della memoria.
Pensavo che la storia fosse finita lì. Mi sbagliavo.
Il giorno in cui arrivò Hendra
Nel 2014 accadde qualcosa che non mi aspettavo. Ben Watt pubblicò Hendra.
Il suo ritorno alla carriera solista arrivava dopo un silenzio lunghissimo. Ventuno anni erano trascorsi dal precedente album solista, North Marine Drive.
Ventuno anni.
Un tempo sufficiente per costruire una nuova vita, cambiare città, cambiare lavoro, cambiare prospettive.
Ricordo perfettamente il primo ascolto di Hendra.
Ci sono album che semplicemente ti piacciono.
E poi ci sono album che sembrano arrivare esattamente nel momento in cui hai bisogno di ascoltarli.
Hendra apparteneva alla seconda categoria.
Le canzoni scorrevano con una naturalezza sorprendente. Nessuna ricerca dell’effetto speciale. Nessuna concessione alle mode del momento. Solo grande scrittura, arrangiamenti essenziali e una voce che sembrava raccontare storie vissute in prima persona.
Ancora oggi considero Hendra uno dei dischi più belli pubblicati negli ultimi vent’anni.
Non passa molto tempo senza che torni ad ascoltarlo. Ogni volta scopro un dettaglio diverso.
Una frase.
Una sfumatura.
Un’immagine.
Le frasi annotate sui quaderni e le playlist che portano il suo nome
Nel corso degli anni ho riempito decine di taccuini. Appunti di viaggio.
Idee per articoli. Fotografie da realizzare. Progetti futuri.
E in mezzo a tutto questo sono finite spesso anche le parole di Ben Watt.
Alcune frasi tratte dalle sue canzoni sono diventate titoli di playlist. Altre sono state annotate a margine di libri. Altre ancora sono rimaste semplicemente lì, conservate come piccoli promemoria personali.
È una cosa che mi capita raramente. Molti artisti scrivono belle canzoni.
Pochissimi scrivono frasi che continuano a vivere fuori dalle canzoni. Ben Watt è uno di quei pochi.
Le sue parole non sembrano mai costruite per impressionare l’ascoltatore. Arrivano in modo naturale, quasi casuale, e proprio per questo restano.
Sei concerti e una Londra che non esiste più
Negli anni ho avuto la fortuna di vedere Ben Watt dal vivo sei volte.
Alcuni concerti si sono svolti in festival importanti. Altri in sale più raccolte. Tutti, in modi diversi, mi hanno lasciato qualcosa.
Ma uno dei ricordi che custodisco con maggiore affetto non riguarda un grande palco.
Accadde a Londra, nella zona di Notting Hill Gate.
Ben Watt stava suonando all’esterno di un negozio di dischi. Lui, Bernard Butler dei Suede e due Ampli da strada. Duecento persone in visibilio, tra marciapiedi e asfalto. Una cosa irreale di cui conservo ancora gelosamente delle stupende fotografie fatte quel giorno.
Nessuna scenografia. Nessuna produzione monumentale.
Solo poche persone raccolte attorno a un musicista e alle sue canzoni.
Era una Londra che oggi sembra quasi appartenere a un’altra epoca. Una città capace di regalarti incontri inattesi dietro ogni angolo. E forse proprio per questo quella performance mi è rimasta impressa più di altre.
Perché rappresentava perfettamente ciò che la sua musica è sempre stata per me: qualcosa di autentico, vicino, umano.
Un incontro alla Tate Modern
Anni dopo mi capitò di incontrarlo nuovamente. O meglio, di vederlo.
Ero alla Tate Modern per visitare una mostra quando notai Ben Watt e Tracey Thorn poco distante da me.
Stavano osservando un’installazione artistica. Io stavo facendo esattamente la stessa cosa.
Non andai a salutarli. Non chiesi fotografie. Non cercai di interrompere quel momento. Per qualche ragione mi sembrò giusto così.
Per qualche minuto condividemmo semplicemente lo stesso spazio e la stessa attenzione verso un’opera d’arte.
Ripensandoci oggi, quel breve episodio mi sembra quasi una metafora perfetta del rapporto che ho avuto con la sua musica nel corso degli anni.
Mai invadente. Mai rumorosa. Sempre presente.
Fever Dream e la conferma di un talento straordinario
Quando nel 2016 uscì Fever Dream, le aspettative erano altissime.
Eppure il disco riuscì a soddisfarle.
Se Hendra rappresenta il mio album preferito della sua carriera solista, Fever Dream lo segue a brevissima distanza.
Come un ciclista che arriva sul traguardo con una sola ruota di ritardo.
Il disco amplia ulteriormente il suo universo narrativo. Le canzoni parlano di memoria, trasformazione, amicizie perdute e nuove consapevolezze.
Temi universali che Ben Watt riesce a rendere profondamente personali.
Storm Damage: il terzo capitolo di una trilogia perfetta
Nel 2020 arrivò Storm Damage.
Il mondo stava entrando in uno dei periodi più strani e difficili della storia recente, e quel disco sembrò intercettare perfettamente il clima emotivo di quei mesi.
Per me rappresenta il terzo capitolo di una trilogia straordinaria iniziata con Hendra e proseguita con Fever Dream.
Tre album che raccontano il passare del tempo senza nostalgia.
Tre album che parlano della maturità senza cadere nella retorica.
Tre album che dimostrano come sia possibile continuare a crescere artisticamente anche dopo una carriera lunga decenni.

Sei anni di silenzio e l’attesa di un nuovo capitolo
Oggi sono passati sei anni dal suo ultimo album solista.
Nel frattempo gli Everything But The Girl sono tornati con Fuse, dimostrando ancora una volta di essere una delle partnership artistiche più affascinanti della musica britannica.
Eppure continuo ad aspettare un nuovo capitolo solista.
Perché i suoi dischi non sono semplicemente album.
Sono compagni di viaggio. Sono libri che si possono ascoltare.
Sono raccolte di racconti che cambiano significato man mano che cambiamo noi.
Perché continuo a tornare alle canzoni di Ben Watt
Ogni tanto mi ritrovo ancora a farmi la stessa domanda.
Perché proprio Ben Watt?
Perché dopo tutti questi anni continuo a tornare alle sue canzoni?
La risposta, forse, è che alcuni artisti riescono a raccontare il tempo meglio di altri.
Non il tempo storico. Non il tempo delle classifiche. Ma il tempo delle persone.
Quello fatto di ricordi, incontri, partenze, ritorni, errori e seconde possibilità.
Le sue canzoni non cercano mai di catturare l’attenzione. Aspettano.
E quando torni da loro, sono ancora lì. Proprio come certi amici. Proprio come certi libri.
Proprio come certe città che non smettiamo mai davvero di amare.
E forse è per questo che, dopo tutti questi anni, continuo ancora ad ascoltare Hendra.
E continuo a sperare che un giorno, magari dietro l’angolo di una nuova stagione della vita, arrivi un altro disco di Ben Watt ad accompagnare il mio viaggio su questo pianeta.
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2 comments
[…] da lontano — Ben Watt e Tracey Thorn. I due erano insieme, e con loro c’era un bambino. Io, che ho sempre avuto una venerazione abbastanza poco razionale per i dischi di Ben Watt e per quella parte del mondo indie britannico che ha saputo attraversare gli anni senza perdere né […]
[…] In the age of infinite streaming, owning a physical record feels almost radical. The large artwork, the liner notes, the ritual of dropping the needle — vinyl turns listening into an event rather than background noise. It’s the same emotional pull that keeps beloved artists in rotation for decades, as in our tribute to Ben Watt’s forty-year musical story. […]