Bad Bunny e il bisogno di sentirsi vivi: perché l’Europa si sta arrendendo a Benito

In questi mesi, mentre il dibattito pubblico sembra dominato da guerre, polarizzazioni, algoritmi, crisi economiche e personaggi che prosperano alimentando paure e divisioni, mi sono ritrovato a fare una cosa sorprendentemente semplice: guardare i video dei concerti di Bad Bunny.

Video girati da telefoni cellulari in mezzo a stadi stracolmi. Video che arrivano da Madrid, Barcellona e da altre città europee che stanno vivendo una sorta di febbre collettiva chiamata Benito Antonio Martínez Ocasio.

Sì, perché forse il primo errore che facciamo è considerare Bad Bunny soltanto una popstar.

È molto di più.

Mentre scrivo queste righe, il suo tour europeo continua a registrare numeri che sembrano appartenere a un’altra epoca. Madrid è diventata il centro di gravità del fenomeno, con una vera e propria residenza artistica che ha trasformato la capitale spagnola in una festa latina permanente. Decine di migliaia di persone arrivano da tutta Europa per assistere agli spettacoli. E il viaggio è appena iniziato.

Dopo la Spagna, il tour toccherà alcune delle principali metropoli del continente: Milano, Londra, Varsavia, Parigi, Bruxelles, Stoccolma e molte altre città. Ovunque la storia è la stessa. Biglietti esauriti da mesi, nuove date aggiunte quando possibile e una richiesta che continua a superare l’offerta. Se gli stadi fossero il doppio più grandi, probabilmente si riempirebbero ugualmente.

Ma il punto non sono i numeri.


Bad Bunny

Il punto è Benito Antonio Martínez Ocasio.

Perché dietro il personaggio Bad Bunny c’è un artista che negli ultimi anni ha scelto una strada molto diversa da quella di gran parte delle superstar contemporanee. Invece di diventare sempre più neutrale per piacere a tutti, è diventato sempre più sé stesso. Più portoricano. Più politico. Più legato alle proprie radici.

È una scelta controcorrente in un’industria musicale che spesso premia chi elimina gli spigoli, evita argomenti scomodi e costruisce un prodotto adatto a tutti i mercati. Benito ha fatto l’esatto contrario. Ha scelto di raccontare la sua terra, la sua gente, le sue paure e le sue speranze.

Nel suo ultimo album, Debí Tirar Más Fotos, non parla soltanto di amore, nostalgia o relazioni finite. Parla di memoria. Di identità. Di emigrazione. Di appartenenza. Del rischio che una cultura possa essere cancellata lentamente dal turismo di massa, dalla speculazione immobiliare e dall’omologazione globale.

Molte delle canzoni del disco sono vere e proprie lettere d’amore a Porto Rico, ma anche richiami alla resistenza culturale di un popolo che non vuole diventare una cartolina per turisti o un prodotto da vendere al miglior offerente.

Brani come LO QUE LE PASÓ A HAWAii sono diventati manifesti contro la gentrificazione e contro un modello economico che rischia di trasformare i luoghi in semplici prodotti da consumare. Il parallelo tra Porto Rico e le Hawaii è tutt’altro che casuale: entrambe isole bellissime, entrambe profondamente segnate dal colonialismo e da un turismo che spesso arricchisce pochi e impoverisce chi ci vive.

Da sardo, è impossibile non cogliere alcuni punti di contatto. Non perché le realtà siano identiche, ma perché anche noi conosciamo bene il valore della nostra identità culturale e il rischio di vedere territori straordinari raccontati soltanto attraverso il filtro del consumo turistico.

Forse è proprio questo che rende (per me e per tanti!) così potenti questi concerti.

Quando Benito sale sul palco davanti a decine di migliaia di persone non sembra interessato soltanto a intrattenere. Vuole raccontare una storia. Vuole ricordare da dove viene. Vuole dimostrare che si può essere globali senza rinunciare alle proprie radici.

Ed è qualcosa che il pubblico percepisce immediatamente.

Nei video che arrivano da Madrid e Barcellona si vedono persone provenienti da ogni parte del mondo cantare in spagnolo, emozionarsi davanti a riferimenti culturali profondamente portoricani e sentirsi comunque coinvolte. È una delle grandi contraddizioni positive della cultura contemporanea: più Benito diventa specifico, più diventa universale.

Per anni ci hanno raccontato che per essere internazionali bisognava diventare neutri. Che per piacere a tutti fosse necessario limare la propria identità.

Bad Bunny dimostra il contrario.

Più sei autentico, più puoi parlare a tutti.

E forse è per questo che continuo a guardare quei video ed ascoltare il suo disco e quello di… ROSALIA (altro grande disco imprescindibile per chi ama la musica, sia essa Jazz o Rock.. questi sono dischi..completi!)

LUX: Un disco tra sacro, profano e avanguardia

Perché in un periodo storico in cui sembra che ogni conversazione debba trasformarsi in uno scontro, vedere centinaia di migliaia di persone riunirsi per cantare, ballare e condividere qualcosa di positivo assume quasi un valore politico.

In un mondo occupato dal rumore costante di figure come Elon Musk, Donald Trump, Vladimir Putin, Roberto Vannacci, Nigel Farage e di tutti gli altri professionisti del mal di pancia permanente, vedere centinaia di migliaia di persone riunirsi per celebrare la musica, la cultura, il ballo e il senso di appartenenza restituisce una forma di speranza che non mi aspettavo.

La musica non cambierà il mondo. Non fermerà le guerre. Non risolverà le crisi economiche.

Ma ogni tanto riesce ancora a ricordarci chi siamo.

E, soprattutto, chi potremmo essere.

Di questi tempi, non è poco.


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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