Il fregio di Riga

A una fermata di Riga, in bianco e nero, nove sconosciuti in fila davanti a un muro: per pochi secondi diventano un fregio. La quinta puntata di One Frame, One Story.

A Riga il bianco e nero non è una scelta: è una confessione della città. Basta togliere il colore e quello che resta è il vero — un muro scrostato, una fila di persone, la luce piatta di un cielo che non promette niente. Ci ero arrivato a fine 2019, in un giro per i Baltici in cui, angolo dopo angolo, la fotografia sembrava offrirsi da sola, come se qualcuno l’avesse disposta apposta per essere presa.

Quella mattina fu una fermata dell’autobus a fermare me. Lungo un muro di cemento, sotto un albero e un cartello storto, nove persone aspettavano. Ma “aspettare” è una parola povera per quello che facevano. Componevano.

C’era la donna elegante a un’estremità, la busta di plastica in mano come una borsa da sera. C’era quella che camminava veloce sui tacchi, tagliando la scena in due, l’unica in movimento in un mondo fermo. Due uomini si parlavano chini sulle loro buste, un giovane e un vecchio, le teste quasi a toccarsi. E poi, sulla panchina, le signore anziane, sedute con la compostezza di chi ha aspettato molte cose nella vita e sa come si fa: le mani sulle borse, lo sguardo dritto, i rotoli di carta accanto come piccole colonne.

Li guardai e vidi un fregio. Uno di quelli che corrono in alto sui templi, dove una processione di figure di pietra cammina da secoli verso un punto che non arriva mai. Solo che questo era fatto di persone vive, di plastica e di stanchezza, e sarebbe durato pochi secondi.

Mi inventai che quel muro fosse antico. Che a Riga, sotto ogni fermata, ci fosse un bassorilievo dimenticato, e che ogni mattina la città ne ricomponesse uno nuovo con chi capitava: gli attori cambiano, la scena no. La donna coi tacchi era il tempo che passa. Il vecchio e il giovane, chini, erano la stessa persona a cinquant’anni di distanza, sorpresa nell’atto di darsi un consiglio. Le anziane sulla panchina erano le cariatidi: tenevano su tutto — il muro, la fermata, la mattina — e nessuno le ringraziava.

E le buste. Ovunque, buste. Ci avevo messo un po’ a capire che erano loro, il vero soggetto. In una città dell’Est, a fine anno, la busta di plastica è la valigia dei giorni normali: dentro c’è quello che serve per arrivare a domani — il pane, la carta, un pesce, una speranza pesata al banco. Ognuno teneva in mano la propria porzione di sopravvivenza, e la teneva con la naturalezza di chi non la chiama così.

Il bianco e nero faceva il resto. Toglieva la marca dei sacchetti, il colore dei cappotti, l’anno. Restava una cosa sola: gente in fila davanti a un muro, in attesa di qualcosa che li porti via. Che è, poi, la fotografia di qualunque epoca, di qualunque città.

Scattai in quel decimo di secondo in cui tutto si tenne: la donna a mezzo passo, le teste dei due uomini inclinate alla stessa angolazione, le sedute immobili come firmate. Un istante dopo l’autobus sarebbe arrivato e il fregio si sarebbe sciolto, ognuno per la sua strada, e nessuno avrebbe mai saputo di essere stato, per un attimo, parte di un’opera.

L’autobus arrivò. Le figure si staccarono dal muro, salirono, sparirono. Il bassorilievo tornò a essere solo cemento scrostato. E io restai sul marciapiede di fronte, con in tasca l’unica copia di una scultura che era esistita per meno di un respiro.

A Riga è così a ogni angolo: la città ti mette in mano la fotografia già composta, e ti chiede solo di essere lì, pronto, nel secondo giusto. Il resto — l’inquadratura, la pazienza, il coraggio di alzare la macchina davanti a degli sconosciuti — lo devi portare tu. Ma quello si impara. Anzi: quello, in gran parte, l’ho imparato proprio lì.


— Extra —

Molte delle cose che scrivo nel mio libro le ho provate proprio in giornate come questa, in un giro per i Paesi Baltici a fine 2019: alzare la macchina davanti a degli sconosciuti, aspettare il secondo in cui la scena si compone da sola, guardare una fila di persone e vederci un fregio. È lo sguardo che provo a mettere nero su bianco in Manuale Creativo per Fotografi Ribelli, il mio libro per chi non vuole fotografare come tutti, ma imparare a vedere l’opera un attimo prima che si sciolga.

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After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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