Un cryptex in una finestra cieca di Varsavia — la città rinata dalle sue stesse fotografie — e la storia dell’ultima parola che nessuno dovrebbe pronunciare.
— la parola che tiene chiuso un muro
A Varsavia c’è un angolo che ho guardato per giorni prima di decidermi a fotografarlo.
Un muro dove il rivestimento grigio, ruvido come pietra tritata, si era scrostato fino a scoprire il mattone rosso di sotto. Due città nella stessa parete: quella di prima e quella ricostruita. Perché Varsavia, lo sanno tutti, è stata cancellata e poi rifatta pezzo per pezzo — guardando dipinti, cartoline, fotografie. Una città riaperta a partire da un’immagine, come una serratura di cui qualcuno aveva conservato il disegno.
Al centro di quel muro, incassata come un tabernacolo, c’era una finestrella che non dava su nessuna stanza. E dietro il vetro, al posto delle tende o del buio, un cilindro d’ottone sospeso su una raggiera di fili di rame. Un cryptex: sette anelli girevoli, l’alfabeto intero su ciascuno. In quel momento le lettere componevano una parola sola, ed era il suo stesso nome — CRYPTEX. Come se l’oggetto, non potendo confessare il segreto, dichiarasse almeno che un segreto c’era.
Dentro, dicono, un foglio arrotolato. Ma la parola in chiaro è solo un’insegna, quasi una beffa: la combinazione vera è nascosta, cinque lettere. E chi prova a forzarlo sente scrocchiare una piccola fiala là dentro, e in un istante l’inchiostro torna acqua, il foglio torna bianco. Questi congegni non cedono alla forza. Si aprono solo con la parola che devi già sapere.
Ho pensato che fosse la cosa più giusta che una città come questa potesse tenere in una finestra. Varsavia è già morta una volta ed è tornata perché qualcuno aveva conservato le sue immagini. Sa meglio di chiunque quanto è potente un’immagine, e quanto è pericolosa. Per questo, forse, ha lasciato lì quel cilindro chiuso: a ricordare che una cosa sola non va ricostruita, non va spiegata, non va riaperta. L’ultima parola. Quella che, se la pronunci, la città finisce di essere un mistero e comincia lentamente a dimenticarsi.
Per giorni sono passato senza fare niente. Poi un giorno ho fotografato — ma ho fotografato la serratura, non la parola. Il cilindro che dice il proprio nome e tace il resto. Perché certi angoli li fermi in una foto proprio per tenerli chiusi: non per sapere cosa c’è dentro, ma per essere sicuro che nessun altro, mai, provi ad aprirli.
— Extra —
Fotografare la serratura e non la parola non è stato un caso: è un modo di guardare. Decidere cosa tenere chiuso vale quanto decidere cosa mostrare — e una foto, spesso, serve più a proteggere un segreto che a rivelarlo. È lo stesso sguardo che provo a mettere nero su bianco in Manuale Creativo per Fotografi Ribelli, il mio libro per chi non vuole fotografare come tutti, ma imparare a interrogare le cose invece di limitarsi a copiarle.
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