Equità e diversità: dentro la classificazione paralimpica. Conversazione con Roberto Pili

Chi decide chi può gareggiare, e contro chi? Nello sport paralimpico la risposta passa per la classificazione funzionale: un sistema che prova a misurare l’impatto della disabilità senza misurare la persona. Ne parliamo con il dottor Roberto Pili, presidente di IERFOP, che candida l’istituto a formare i professionisti chiamati a custodire questo equilibrio.

di Massimo Usai

Premessa

C’è un momento, prima di ogni gara paralimpica, che il pubblico non vede. Non ha telecamere, non ha podi. È il momento in cui un atleta viene osservato, valutato, assegnato a una classe. Da quella decisione dipende tutto: la possibilità di competere ad armi pari, il senso stesso della medaglia che verrà. È il territorio della classificazione funzionale, il meccanismo più delicato e meno raccontato del Movimento Paralimpico.

IERFOP ETS — Istituto Europeo Ricerca Formazione Orientamento Professionale — opera da decenni nel campo della formazione e dei diritti delle persone con disabilità. Presente nell’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità e nel Forum Europeo sulla Disabilità (EDF), l’istituto ha costruito un patrimonio di competenze che tiene insieme la dimensione clinica, quella giuridica e quella etica. Oggi quel patrimonio si candida a un ruolo nuovo: contribuire alla preparazione dei classificatori, le figure che negli sport paralimpici tracciano il confine tra equità e diversità.

Ne ho parlato con il dottor Roberto Pili, medico, ricercatore e presidente di IERFOP, in una lunga conversazione che parte da una domanda semplice e finisce in un territorio complicato: che cosa significa, davvero, giudicare un corpo perché possa essere libero di gareggiare?

Classificazione paralimpica intervista Roberto Pili

L’intervista

Dottor Pili, partiamo dalla parola stessa. “Classificazione” è un termine che, applicato alle persone, mette a disagio. Perché nello sport paralimpico è invece il fondamento di tutto?

«Perché senza classificazione non esisterebbe competizione, esisterebbe solo esibizione. Il punto essenziale, che va ribadito ogni volta, è che la classificazione non valuta la prestazione né la bravura dell’atleta: valuta l’impatto della disabilità sui gesti specifici di quella disciplina. L’obiettivo è minimizzare il peso della menomazione sul risultato finale, in modo che a vincere siano il talento, l’allenamento e la tattica. Non si classificano le persone: si classifica la relazione tra una condizione e uno sport. È una distinzione sottile, ma è tutto».

Il sistema però non è nato così ordinato.

«No, affatto. Fino all’inizio del XXI secolo le procedure erano frammentate, isolate, ogni contesto faceva storia a sé. La svolta è arrivata con i Codici di Classificazione dell’International Paralympic Committee, prima nel 2007 e poi nel 2015. E ora abbiamo il nuovo Codice 2025, frutto di una revisione triennale pensata per garantire la massima trasparenza e la massima fiducia: degli atleti, dei tecnici, del pubblico. Un sistema di questo tipo vive di credibilità. Se gli atleti non si fidano della classificazione, l’intero edificio paralimpico vacilla».

Come funziona, concretamente, il percorso di un atleta che chiede di essere classificato?

«Il processo si articola in quattro fasi. La prima è la valutazione della condizione disabilitante: una verifica medica della presenza di una patologia sottostante. La seconda è la verifica dell’idoneità: bisogna accertare che quella disabilità rientri tra quelle ammesse dallo specifico sport, perché non tutte lo sono. La terza riguarda i criteri minimi: la menomazione deve raggiungere un grado minimo di gravità per giustificare la competizione in ambito paralimpico. Infine c’è l’assegnazione della classe sportiva e dello status, cioè l’inserimento in un gruppo di atleti con capacità funzionali simili, con la definizione dei tempi per eventuali revisioni future. Ogni passaggio è una decisione che pesa sulla vita sportiva di una persona».

E chi prende queste decisioni?

«I classificatori, nazionali e internazionali. Sono professionisti sanitari qualificati — medici o fisioterapisti — ma la qualifica clinica è soltanto il punto di partenza. Devono possedere una solida preparazione etica, normativa e procedurale. È qui che si gioca la partita vera».

È il passaggio che mi interessa di più. Lei sostiene che “la clinica da sola non basta”. Che cosa manca a un buon medico per essere un buon classificatore?

«Manca tutto ciò che trasforma un valutatore in un giudice tecnico. Un classificatore opera dentro un sistema internazionale complesso, con regolamenti che cambiano, ricorsi, proteste, pressioni agonistiche enormi. Deve conoscere il diritto sportivo, deve padroneggiare l’etica della disabilità, deve saper gestire situazioni in cui la tentazione della manipolazione — quella che tecnicamente si chiama intentional misrepresentation, la rappresentazione intenzionalmente alterata delle proprie capacità motorie — è un rischio concreto. La competenza clinica dice che cosa misurare. Tutto il resto dice come, con quale imparzialità, dentro quale cornice di diritti».

Ed è qui che entra IERFOP. Ma con quale titolo? L’abilitazione dei classificatori spetta alle federazioni e all’IPC.

«Ed è giusto che resti così: la normativa del Movimento Paralimpico riserva in via esclusiva l’abilitazione e la certificazione finale dei classificatori alle federazioni sportive nazionali e internazionali e all’IPC. Noi non ci candidiamo a sostituire nessuno. Ci candidiamo a collaborare con quegli organi decisori, mettendo a disposizione il nostro bagaglio di competenze per qualificare i professionisti prima, durante e dopo il loro percorso federale. La nostra presenza nell’Osservatorio Nazionale sulla disabilità e nel Forum Europeo sulla Disabilità ci dà una prospettiva che pochi enti formativi possono offrire: vediamo il classificatore non solo come figura tecnica dello sport, ma come presidio di diritti».

In pratica, che cosa proponete?

«Tre linee di intervento. La prima: percorsi di specializzazione e certificazione di terzo livello. Vogliamo intercettare medici e fisioterapisti prima o durante il loro ingresso nel circuito paralimpico, con master e corsi di alta formazione accreditati ECM, che forniscano il bagaglio normativo ed etico ideale per affrontare poi i corsi di abilitazione federali. A questo si aggiunge la certificazione delle soft skills e dell’etica professionale, con attestati incentrati sull’applicazione del Classifier’s Code of Conduct: titoli che le federazioni possono valutare positivamente nei bandi di selezione».

«La seconda linea è la formazione continua. Il sistema paralimpico è in costante ridefinizione — il Codice 2025 ne è la prova — e servono seminari periodici di allineamento legislativo ed etico, sull’evoluzione dei diritti delle persone con disabilità in Europa e sulle novità procedurali internazionali. E serve una standardizzazione delle procedure di ricorso: formare i classificatori sugli aspetti legali della gestione di reclami e proteste durante le competizioni significa ridurre i rischi di contenzioso per le federazioni stesse. La terza linea, infine, è la ricerca scientifica e la validazione di protocolli, in un ruolo di advisory».

Lei parla spesso di “ecosistema”. La formazione di un classificatore riguarda davvero anche chi classificatore non è?

«È il cuore del nostro approccio. Per le persone con disabilità e le loro famiglie, una buona formazione dei valutatori garantisce che ogni classificazione avvenga nel pieno rispetto della dignità umana: significa contrastare l’approccio puramente clinico-patologico a favore di un modello che metta al centro la persona, l’autodeterminazione, la consapevolezza dei propri diritti. Per educatori, operatori e formatori, significa avere strumenti relazionali per accompagnare l’atleta con empatia, gestendo lo stress da competizione e prevenendo dinamiche di frustrazione. Per dirigenti e tecnici, significa una cultura della trasparenza e dell’integrità sportiva, una base di governance per le politiche di inclusione delle società sportive. I nostri percorsi insegnano a far dialogare il medico classificatore con l’educatore professionale, l’operatore sociosanitario, l’allenatore: la valutazione funzionale deve essere coerente con la storia di vita e con le reali aspirazioni dell’atleta, non un atto isolato».

Veniamo al punto scomodo. Il sistema ammette sette macro-categorie di disabilità e ne esclude altre. Chi resta fuori?

«Le categorie idonee sono sette, tra fisiche, visive e intellettive: il deficit di forza muscolare, come nelle lesioni midollari; il deficit articolare, cioè la limitazione dell’ampiezza di movimento passivo; il difetto o la differenza di lunghezza degli arti; la bassa statura; i disturbi della coordinazione legati al sistema nervoso centrale — ipertonia e spasticità, atassia, discinesia; la disabilità visiva; la disabilità intellettiva. Restano fuori il dolore, i deficit dell’udito, l’ipotonia isolata, l’ipermobilità articolare, la rigidità muscolare temporanea, i disturbi cardiovascolari, respiratori o metabolici, le patologie psicosomatiche».

Non è una contraddizione? Un movimento nato per includere che traccia confini di esclusione.

«È il dilemma fondativo, e non va nascosto: inclusione contro esclusione. Tracciare confini netti tra chi può competere e chi no tutela l’equità della gara, la fairness, e tutela anche la sicurezza e la standardizzazione della competizione. Ma inevitabilmente esclude alcune patologie e limita la partecipazione universale. Non esiste una soluzione perfetta: esiste un equilibrio da custodire con onestà. E qualcosa il sistema già fa: molte federazioni hanno creato classi open in ambito amatoriale, proprio per favorire la massima partecipazione di chi non rientra nel circuito ufficiale. Il confine agonistico non deve diventare un confine esistenziale».

E dentro il circuito ufficiale, i confini tra una classe e l’altra sono davvero così netti?

«No, ed è la seconda grande criticità: le zone grigie. Negli sport basati sul tempo, o in quelli con classi uniche, esistono aree di sovrapposizione difficili da valutare, atleti che stanno sul crinale tra una classe e l’altra. Per questo, alla fine di ogni Paralimpiade, si avvia una rigorosa revisione scientifica dei regolamenti. Il sistema paralimpico è un sistema complesso nel senso proprio del termine: non si aggiusta una volta per tutte, si mantiene in equilibrio correggendolo di continuo».

Ultima domanda. Chiudo con le sue parole: formare classificatori per “valorizzare l’unicità di ogni atleta”. Non è un paradosso, classificare per valorizzare l’unicità?

«Solo in apparenza. Il futuro chiederà classificatori competenti sul piano clinico, capaci di dialogare con le nuove tecnologie di misurazione, dotati di una preparazione etico-giuridica inattaccabile. Ma tutta questa tecnica serve a una cosa sola: creare le condizioni perché ogni atleta possa esprimere ciò che lo rende irripetibile — il talento, la volontà, la storia. La classificazione ben fatta è invisibile: si vede solo quando è fatta male. Quando è fatta bene, in pista resta soltanto lo sport. Ed è lì che l’unicità di ognuno, finalmente, non ha bisogno di essere spiegata».

In chiusura

Uscendo da questa conversazione, resta addosso un’immagine: quella del confine. Lo sport paralimpico vive di confini — tra classi, tra idoneità e non idoneità, tra ciò che si misura e ciò che si allena — e la sua credibilità dipende da chi quei confini li traccia. La candidatura di IERFOP dice, in fondo, una cosa semplice: che un confine tracciato bene non è un muro ma una condizione di libertà, e che per tracciarlo servono mani che conoscano tanto la medicina quanto il diritto, tanto la procedura quanto la persona.

Nel 2026, con il nuovo Codice IPC appena entrato in vigore e le tecnologie di misurazione che avanzano, la domanda non è più se formare questi professionisti oltre la clinica, ma chi lo farà e con quale idea di disabilità in testa. La risposta di Pili — mettere al centro la dignità, l’autodeterminazione e la storia di vita dell’atleta — è anche una dichiarazione culturale. Perché alla fine, come dice lui, la classificazione perfetta è quella che scompare: resta la gara, resta l’atleta, resta lo sport. Il resto è lavoro ben fatto, di quello che non sale mai sul podio.


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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