Elogio del settembre lento: come tornare alla vita, dopo l’estate, senza trasformare il rientro in una corsa contro il tempo.
Di Hanna Simonis
C’è un momento preciso, verso la fine di agosto, in cui l’estate smette di essere un luogo e torna a essere una data. Lo riconosci dai dettagli, non dal calendario: la luce che cala un po’ prima, il primo golf lasciato sulla sedia, le mail che ricompaiono con la parola ripartenza nell’oggetto. L’agenda, che per settimane è rimasta bianca come una spiaggia a mezzogiorno, comincia a riempirsi di piccoli quadratini. Non è ancora settembre, ma settembre è già nell’aria come un compito da consegnare.
E allora scatta, puntuale, l’ansia da rientro. La sensazione di dover ricominciare tutto insieme e subito: la palestra, i buoni propositi, i progetti lasciati a metà a giugno, la versione più ordinata di noi che avevamo promesso di diventare “da settembre”. Come se le vacanze fossero state una parentesi e adesso toccasse pagare il conto della lentezza con gli interessi.
Settembre, il nostro vero capodanno
Diciamocelo: in Italia l’anno non comincia a gennaio. Comincia adesso. Settembre è il capodanno di chi lavora, studia, cresce figli, tiene in piedi una casa. È il mese in cui si comprano i quaderni nuovi anche se non si va più a scuola da vent’anni, in cui si giura di rimettere in fila le cose, in cui la parola d’ordine collettiva diventa organizzarsi.
Il problema non è il ricominciare. È il ritmo con cui pretendiamo di farlo. Trattiamo il rientro come una ripartenza da fermo col motore su di giri: zero-cento in un weekend, l’agenda piena entro lunedì, il senso di colpa già pronto per il primo giorno in cui non avremo fatto abbastanza. Ci raccontiamo che settembre premi chi corre di più. Quasi mai è vero.

Il settembre lento non è pigrizia
Lo slow living, quando non è una posa da rivista patinata, è semplicemente questo: la scelta di non confondere la fretta con l’efficacia. Di rientrare piano, come si torna in acqua dopo pranzo — un passo alla volta, lasciando che il corpo si riabitui.
Non è pigrizia. È strategia. Chi riparte a strappi si esaurisce entro la seconda settimana; chi riparte per gradi a ottobre è ancora in piedi. Il settembre lento, in questo senso, non è il contrario del fare: è la condizione che rende il fare sostenibile.
Provaci, questo settembre lento, con qualche gesto piccolo e ostinato.
Difendi il mattino. La prima ora della giornata è l’unica su cui hai davvero potere. Non riempirla subito di schermi e notifiche. Un caffè bevuto seduti, una finestra aperta, cinque minuti di niente: è poco, ma è tuo, e cambia il tono di tutte le ore che seguono.
Non riempire l’agenda solo perché è vuota. Lo spazio bianco non è tempo sprecato in attesa di un impegno. È respiro. Lasciane un po’ anche quando la tentazione di occuparlo è fortissima.
Rivendica il diritto alla noia. Ci siamo disabituati a stare senza fare, e con la noia abbiamo buttato via anche le idee che nascono solo lì, nei momenti morti. Un pomeriggio senza programma non è un fallimento organizzativo: è manutenzione della mente.
Torna ai riti lenti. Camminare senza meta, cucinare qualcosa che richiede tempo, leggere un libro di carta fino a perdere l’ora. Sono gesti antichi che non servono a “ottimizzare” nulla, e proprio per questo ci rimettono al mondo.
La lezione che arriva dal Mediterraneo
C’è una ragione se le culture che vivono più a lungo, sulle sponde di questo nostro mare, non hanno mai avuto una parola per rientro traumatico. Non perché lavorino meno, ma perché hanno tenuto insieme cose che noi abbiamo diviso: il tempo del fare e il tempo dello stare, il pasto e la conversazione, la fatica e la pausa. La lentezza, lì, non è un lusso da concedersi nel weekend. È il modo in cui si tiene la vita.
Non serve trasferirsi in un borgo per prendersene un pezzo. Basta smettere di considerare la calma un premio da meritare a fine giornata, e cominciare a trattarla come la cornice dentro cui la giornata accade.
Non siamo in ritardo su niente
Alla fine è tutta qui la faccenda. Settembre ci convince, ogni anno, di essere partiti in ritardo — sul lavoro, sul corpo, sui sogni, sulla vita che gli altri sembrano vivere meglio. Ma non c’è nessun treno perso. C’è solo una stagione nuova, con la sua luce più bassa e più gentile, che ci chiede una cosa sola: di attraversarla al passo giusto.
Il rientro non è una gara. Non c’è un traguardo a fine settembre, non c’è una classifica. C’è una vita da riprendere in mano, e l’unico modo sensato di farlo è piano, con cura, senza scusarsi per il tempo che ci mettiamo.
Quest’anno, forse, il gesto più rivoluzionario è proprio questo: scegliere un settembre lento e ricominciare senza correre.
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