RECENSIONE  DEL FILM “VITA  PRIVATA”  di  Rebecca  Zlotowski  con  Jodie Foster,  Daniel  Auteil. Di Daniela Di Benedetto.

A close-up shot of a woman and a man facing each other in an elevator, with a focused and intimate expression.

Ancora mi chiedo  cosa  possa  avere di speciale  questo film,  esaltato  da  certi critici,  che  in fondo  è  solo  un giallo  in  cui  la  protagonista  che  indaga  deve  anche  combattere contro  i  propri  demoni  personali. Insomma,  come  tanti  e tanti  romanzi  gialli  che  leggiamo.

Jodie  Foster  interpreta  una  psichiatra  sessantenne  (Lilian) che  ha  divorziato  dal  marito  (non  si  sa  il  perché),  trascura  il  figlio  adulto,  non  vuole  affezionarsi  al  bebè  di  lui (non  si  sa  il  perché) e  sembra  che  da  ragazza  sia stata  anche  lei  in  cura  psichiatrica (idem).  La  stessa  Lilian dunque  è  un  cumulo  di  misteri  irrisolti.  Quando  la  sua  paziente  prediletta,  Paula,  si suicida,  lei  si  convince  che  sia  stata  uccisa,  poiché  durante  anni  di  sedute non  aveva mai  mostrato  tendenze  al  suicidio.  E  Lilian  inizia  a  indagare  sulla  morte  di  Paula,  sulla  figlia  e  sul  marito  della  defunta  che  possono  avere  un  movente. Non  racconto lo  sviluppo  dell’indagine,  ma  Lilian  scopre  che,  pur  avendo  registrato  tutte  le  sedute  di Paula,  qualche  dettaglio  le  è  sfuggito.  Dunque  non  possiamo  mai  conoscere  un’altra  persona  al  cento  per  cento,  ma  nemmeno  conosciamo  noi  stessi,  poiché  Lilian  durante  questo  viaggio  nella  psiche  altrui  scopre  pure  alcune  cose  su  di  sé.  A  noi  del  pubblico  invece  non  viene  concesso  di  capire  perché  Lilian  torni  serena  dopo  aver  sperimentato  sotto  ipnosi  una regressione  in  una  vita  precedente, o  parallela,  che  si  svolge  nel  periodo  nazista.  Ciò  mi  lascia perplessa,  perché,  se  un  personaggio  subisce  un trauma,  attribuirlo  a  episodi  accaduti  in un’altra  dimensione  significa  uscire dal  campo  del  dramma  psicologico  e  sconfinare  in  quello  del  paranormale. O  del  grottesco.

Un  marito  abbandonato  che  la  ama  ancora  e  la  aiuta  nell’indagine,  un  figlio  che è  diventato  scettico  trovandola  anaffettiva,  una  bionda  e improbabile  ipnotista  che  risolve  tutti  i  problemi  con  una  sola  seduta :  questi sono  i  personaggi  di contorno,  e  all’improvviso  ogni  pezzo  del  puzzle  torna  al  suo  posto  lasciandoci l‘impressione  che  sia  stata  usata  una  bacchetta  magica.  Voilà!   Però  manca  qualcosa.  Manca  quel  filo  d’olio  che  unisca  armoniosamente  tutti  questi  ingredienti  in  una  pietanza. Soprattutto  manca  la   chiarezza  riguardo al  passato  di  Lilian.

Affascinante  l’atmosfera  onirica,  dice  qualcuno,  probabilmente  abituato  a  fumare  canne.  Affascinanti  le  ambiguità,  ciò  che  non  si  vede  vale  quanto  ciò  che  si  vede,  e  così  via.  Beh, io in  questo  caso  avrei  preferito  risposte concrete  e  precise. De  gustibus.

In  ogni  modo  non vi  annoierete  nel  vedere  il  film: dopo  tutto,  la trama  del thriller  regge.

Voto  6/10.

Daniela Di  Benedetto


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