Le parole dovrebbero essere strumenti di cura. Dovrebbero chiarire ciò che è confuso, dare forma a ciò che è caotico, aiutare a comprendere ciò che fa paura. In questo senso, il linguaggio è una medicina quotidiana: serve a rendere il mondo abitabile.
Ma quando le parole vengono usate senza verità, senza coerenza, senza responsabilità, diventano farmaci scaduti. Continuano ad avere l’aspetto della cura, ma non curano più. Anzi, a volte fanno danni. Parole come “pace”, “dialogo”, “diritti”, “libertà”, se ripetute senza essere praticate, perdono forza. Restano suoni, gusci vuoti, buoni per le conferenze stampa e per i post motivazionali, ma incapaci di cambiare davvero qualcosa.
Il problema non è che usiamo parole sbagliate, ma che smettiamo di farle coincidere con le azioni. Quando ciò che diciamo e ciò che facciamo non si toccano più, il linguaggio si ammala. E un linguaggio malato produce relazioni malate, istituzioni fragili, fiducia che si sgretola.
Rinnovare le parole significa rinnovare i gesti. Restituire senso al linguaggio vuol dire farlo tornare credibile. Non basta dire “giusto”: bisogna vivere in modo giusto. Non basta dire “inclusione”: bisogna praticarla. Altrimenti continueremo a ingerire medicine che non guariscono, illudendoci di stare meglio mentre il male cresce in silenzio.
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1 comment
Concordo con ogni parola scritta. Grazie per questo articolo.