Ed Harcourt, ritrovare un vecchio disco e scoprire che suona ancora nuovo
In queste giornate di un’estate assurda, troppo calda persino per avere voglia di fare qualcosa, ho finito per dedicarmi a una delle poche attività compatibili con temperature del genere: mettere mano alla mia collezione di dischi.
È una collezione abbastanza grande, accumulata in molti anni, e contiene parecchia musica che potremmo definire oscura, indipendente, laterale. Una collezione di dischi di cui vado fiero per molti motivi. Sia perche’ sono artisti di artisti che non vengono passati continuamente alla radio e dei quali difficilmente si parla sui social, sia perche’ rappresenta sul serio la mia anima e il mio DNA piu’ di qalsiasi analisi di laboratorio.
Per qualche misteriosa ragione, quando si parla di musica sembrano esistere sempre gli stessi venti o trenta nomi. Vale per il presente e, cosa ancora più curiosa, vale persino per il passato.
Così ho cominciato a tirare fuori album che non ascoltavo da anni.
Ed è saltato fuori Ed Harcourt.
La prima reazione è stata quasi di sorpresa: come avevo fatto a lasciarlo lì così a lungo dentro questi boxes ?
Perché c’è stato un periodo in cui Harcourt l’ho ascoltato fino quasi all’esaurimento. Dall’inizio della sua carriera fino a Furnaces, uscito nel 2016, i suoi dischi hanno accompagnato parecchi anni della mia vita. Non posso dire di aver smesso completamente di ascoltarlo, ma devo confessare che probabilmente erano quattro o cinque anni che non mettevo deliberatamente su un suo album.
Ho quindi deciso di fare una cosa che ormai facciamo raramente: invece di cercare una canzone, ho ricominciato dagli album.
Uno dopo l’altro.
E improvvisamente molte di quelle canzoni hanno ricominciato a suonare quasi nuove.
Chi è Ed Harcourt
Edward Harcourt-Smith nasce nell’East Sussex nel 1977 e arriva sulla scena britannica all’inizio del nuovo millennio. Prima dell’attività solista aveva fatto parte degli Snug; dopo la fine del gruppo lavorò anche come cuoco continuando nel frattempo a scrivere musica. Nel 2000 pubblicò Maplewood, un EP registrato in maniera quasi artigianale nella casa della nonna, Wootton Manor, nel Sussex. Doveva essere essenzialmente un demo, ma finì per diventare il punto di partenza della sua carriera.
Un anno dopo arrivò Here Be Monsters.
E lì accadde qualcosa.
Il disco venne nominato al Mercury Prize del 2001 e Harcourt si ritrovò improvvisamente indicato come uno dei cantautori britannici più interessanti della sua generazione.
Riascoltandolo oggi si capisce perché.
Harcourt appartiene a quella particolare famiglia di musicisti britannici difficili da sistemare dentro una definizione. C’è il cantautorato, certamente. C’è il pianoforte. C’è qualcosa di Tom Waits, qualcosa del pop orchestrale britannico, qualcosa del rock indipendente dei primi Duemila. Ma soprattutto c’è una vena malinconica e leggermente storta che impedisce quasi sempre alle sue canzoni di diventare semplicemente belle.
Sono belle, ma hanno qualche cosa che disturba.
Ed è probabilmente questo che le rende interessanti.
Here Be Monsters: dove tutto comincia
Here Be Monsters del 2001 resta per me uno dei suoi dischi fondamentali.
Dentro c’è già quasi tutto Ed Harcourt: romanticismo, malinconia, humour nero, melodie apparentemente semplici e arrangiamenti capaci improvvisamente di aprire una canzone verso territori completamente diversi.
E poi c’è Apple of My Eye.
Se dovessi scegliere una canzone per spiegare a qualcuno che non ha mai ascoltato Harcourt da dove cominciare, probabilmente sceglierei questa.
Ma nello stesso disco ci sono Something in My Eye, She Fell Into My Arms, Shanghai, God Protect Your Soul.
Riascoltandole dopo tanto tempo ho avuto una sensazione che conosco bene: ricordavo le canzoni, naturalmente, ma avevo dimenticato i dettagli.
Un passaggio di pianoforte. Una pausa. Un arrangiamento. Una frase.
È uno dei piaceri più belli del tornare ai vecchi dischi: la memoria conserva la struttura generale, mentre il resto può ancora sorprenderci.
From Every Sphere: probabilmente il punto più alto
Nel 2003 arriva From Every Sphere e, dovendo scegliere oggi, penso che potrebbe essere il mio disco preferito di Harcourt.
È anche il suo album che raggiunse la posizione più alta nella classifica britannica, il numero 39.
Ma naturalmente non è questo il motivo per cui vale la pena recuperarlo.
Qui Harcourt sembra avere trovato un equilibrio perfetto tra scrittura, atmosfera e ambizione.
All of Your Days Will Be Blessed rimane una delle sue canzoni più belle. Poi ci sono Watching the Sun Come Up, The Birds Will Sing for Us, Sister Renee.
È musica che appartiene chiaramente ai primi anni Duemila e contemporaneamente sembra essere sfuggita ad alcune delle mode di quel periodo.
Forse proprio perché Harcourt non è mai appartenuto completamente a una scena.
Non era Britpop, arrivato ormai alla fine. Non era esattamente parte dell’ondata indie-rock che avrebbe dominato metà del decennio. Non era neppure il classico singer-songwriter.
Stava da qualche parte in mezzo.
E probabilmente stare in mezzo è stato contemporaneamente il suo limite commerciale e la sua fortuna artistica.
Strangers: un disco che meriterebbe di essere ricordato molto di più
Nel 2004 arriva Strangers.
Qui troviamo This One’s for You, Born in the ’70s, Loneliness, Black Dress.
Solo questi quattro titoli basterebbero per costruire la reputazione di parecchi cantautori.
Strangers è forse il disco che consiglierei a chi vuole capire rapidamente Harcourt. C’è la sua capacità melodica, ma anche quella sensazione di instabilità che attraversa molta della sua musica.
È curioso pensare quanto alcune canzoni possano essere importanti per noi in un determinato periodo e poi praticamente sparire.
This One’s for You è stata una di quelle che, riascoltandola, mi ha fatto pensare immediatamente: come ho fatto a non sentirla per tutti questi anni?
The Beautiful Lie: il lato più oscuro
The Beautiful Lie, nel 2006, porta Harcourt verso atmosfere ancora più dense.
È un album meno immediato e forse proprio per questo uno di quelli che guadagnano maggiormente dal riascolto.
Visit from the Dead Dog, You Only Call Me When You’re Drunk, Revolution in the Heart, The Last Cigarette.
C’è sempre quella strana combinazione tra eleganza e disordine che trovo affascinante nella sua musica.
Harcourt può scrivere una melodia quasi classica e immediatamente dopo sporcarla, deformarla, renderla inquieta.
Non cerca quasi mai la perfezione.
Cerca l’atmosfera.
Lustre: quattro anni dopo
Bisognerà aspettare il 2010 per Lustre.
Quattro anni possono essere moltissimi nella musica popolare e quando Harcourt ritorna il panorama musicale è già cambiato.
Ma lui sembra preoccuparsene relativamente.
Lustre è più adulto, più romantico, in alcuni momenti persino più luminoso. Le canzoni affrontano amore, famiglia, denaro e quella strana sensazione che arriva quando ci si accorge di non essere più esattamente la persona di dieci anni prima.
Tra le canzoni da recuperare metterei certamente Haywired, Church of No Religion e Lustre.
Non possiede forse l’impatto dei primi tre album, ma oggi mi sembra invecchiato particolarmente bene.
Back Into the Woods: togliere invece di aggiungere
Nel 2013 Harcourt compie quasi il percorso opposto.
Back Into the Woods viene registrato in una sola giornata agli Abbey Road Studios, con un’impostazione molto più essenziale.
È uno dei suoi dischi più intimi.
Qui non interessa costruire grandi architetture sonore. Interessano il pianoforte, la voce, lo spazio tra una nota e l’altra.
Ed è forse un album che oggi capisco meglio di quando uscì.
Perché con gli anni cambia anche il nostro modo di ascoltare.
A venti o trent’anni cerchiamo spesso qualcosa che ci sorprenda. Più avanti cominciamo forse ad apprezzare maggiormente quello che riesce a eliminare il superfluo.
Time of Dust e la strada verso Furnaces
Nel 2014 arriva il mini-album Time of Dust, sei brani e meno di mezz’ora di musica, ancora una volta immersi in un territorio scuro e atmosferico.
Poi, nel 2016, arriva Furnaces.
Ed è qui che, per qualche motivo, si interrompe il mio rapporto continuativo con Ed Harcourt.
Il disco viene prodotto da Flood, uno dei produttori più importanti della musica britannica degli ultimi decenni, e presenta un suono più stratificato e aggressivo.
Ricordo di averlo ascoltato moltissimo.
Poi altri dischi, altri artisti, altre cose sono entrate nella vita e Harcourt è lentamente scivolato verso il fondo della collezione.
Senza una decisione precisa.
È successo e basta.

Dieci canzoni per ritrovare Ed Harcourt
Dopo questo nuovo viaggio nei suoi dischi, se dovessi costruire oggi una piccola porta d’ingresso nel suo mondo, sceglierei:
- Apple of My Eye
- Something in My Eye
- She Fell Into My Arms
- All of Your Days Will Be Blessed
- Watching the Sun Come Up
- The Birds Will Sing for Us
- This One’s for You
- Born in the ’70s
- Visit from the Dead Dog
- Church of No Religion
E probabilmente domani cambierei almeno tre titoli.
Che è sempre un buon segno.
Perché significa che dietro quelle dieci canzoni ce ne sono molte altre.
Il problema non era Ed Harcourt. Ero io che avevo smesso di ascoltarlo
Naturalmente Harcourt non è scomparso dopo Furnaces.
Ha continuato a pubblicare musica, passando anche attraverso lavori strumentali come Beyond the End del 2018 e Monochrome to Colour del 2020, prima di tornare maggiormente alla forma canzone con El Magnifico nel 2024. Nel 2025 è arrivato anche Orphic.
Quindi il musicista era ancora lì.
Ero io ad essermi allontanato. Oppure perso tempo a fare altro.
Ed è forse questa la cosa interessante di tutta questa storia.
Viviamo in un’epoca nella quale abbiamo teoricamente accesso a quasi tutta la musica mai registrata. Possiamo ascoltare milioni di canzoni in pochi secondi. Gli algoritmi continuano a suggerirci qualcosa di nuovo.
Eppure proprio questa abbondanza rischia di farci dimenticare ciò che possediamo già.
Un disco una volta richiedeva tempo.
Lo compravi. Lo portavi a casa. Lo mettevi sul piatto o nel lettore. Guardavi la copertina. Leggevi i testi. Lo ascoltavi una volta, poi un’altra, poi un’altra ancora.
Alcuni album entravano lentamente nella nostra vita.
Oggi rischiamo invece di consumare musica senza veramente abitarla.
Forse è per questo che questa estate impossibile mi ha fatto involontariamente un regalo.
Mi ha costretto a rallentare.
A guardare nuovamente quella quantità assurda di dischi accumulati negli anni e a domandarmi: da quanto tempo non ascolto questo?
Con Ed Harcourt la risposta era: troppo.
Ho rimesso Here Be Monsters. Poi From Every Sphere. Poi Strangers. Sono andato avanti fino a Furnaces. E per qualche giorno non ho avuto bisogno di cercare nuova musica.
Era già lì. Sul mio scaffale. Aspettava soltanto che me ne ricordassi.
Quattro concerti, quattro fotografie della mia Londra
E poi ci sono i concerti. Perché Ed Harcourt, per me, non è stato soltanto qualcuno da ascoltare su disco. L’ho visto quattro volte a Londra, in anni e luoghi che oggi mi sembrano appartenere non soltanto alla storia della sua musica, ma anche a quella della mia Londra.
La prima volta fu nel 2001 all’Astoria, quando Harcourt era ancora quello di Here Be Monsters. L’Astoria era uno di quei posti che sembravano indistruttibili: buio, sudore, birra e musica. Oggi non esiste più e forse anche per questo quel concerto, nella memoria, assume un valore diverso.
Poi arrivò il Shepherd’s Bush Empire nell’autunno 2002. Un’altra atmosfera completamente: più raccolta, quasi elegante, con From Every Sphere che per me rappresentava ormai la conferma che Harcourt non era stato una scoperta passeggera. Era uno di quelli destinati a restare.
Nel 2004 lo vidi a Madame Jojo’s, durante quella serie di concerti nel cuore di Soho. E forse è questa l’immagine che associo maggiormente a quegli anni: uscire da un piccolo locale londinese dopo aver ascoltato un artista straordinario, mentre fuori la città continuava come se nulla fosse successo.
Infine all’ Union Chapel, in islington nel 2006. Una chiesa, il pianoforte, quelle canzoni diventate ormai familiari. Quattro concerti molto diversi tra loro, quattro momenti della stessa storia.
Riascoltando oggi quei dischi, mi sono accorto che non stavo soltanto ritrovando Ed Harcourt. Stavo ritrovando anche la Londra nella quale lo avevo ascoltato.
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