La colonna sonora di aprile: cinque album per ascoltare la primavera

Aprile ha un suono preciso. Non è il calore pieno dell’estate, non è il freddo ancora irrisolto di marzo. È una zona di mezzo — luminosa, instabile, carica di qualcosa che non si è ancora deciso a succedere. C’e’ bisogno di una Colonna sonora precisa.

È il mese in cui certi album si ascoltano in modo diverso dagli altri. In cui una canzone può arrivare di mattina presto, con la finestra aperta, e sembrare scritta esattamente per quel momento. Non per te in particolare — per tutti, e per te soltanto.

Questa non è una playlist di brani. È una selezione di cinque album — usciti tra il 2024 e i primi mesi del 2026 — che hanno qualcosa da dire sulla primavera, sul rumore del mondo, sulla necessità di rallentare e ascoltare davvero. Alcuni li conosco da anni. Uno l’ho scoperto di recente. Tutti, in modi diversi, mi sembrano adatti a questo aprile in particolare.

1. James Blake — Trying Times (2026)

Trying Times è uscito il 13 marzo 2026 ed è il settimo album di James Blake — il primo da indipendente, dopo anni trascorsi a Los Angeles e una rottura con la major che lo aveva portato fin lì. Blake è tornato a Londra, ha registrato ai Real World Studios di Peter Gabriel, e il risultato è un disco che suona esattamente come qualcuno che ha ritrovato la propria voce.

L’album porta nel titolo una doppiezza tutta inglese: trying times come «tempi difficili», ma anche come «ci stiamo provando». È, ha detto Blake, il più grande understatement possibile per descrivere il momento in cui viviamo. E quella ironia trattenuta — tipicamente britannica, tipicamente sua — attraversa tutto il disco.

Le chitarre qui sono più presenti del solito. La voce è in primo piano, meno filtrata, meno «disincarnata» rispetto ai lavori precedenti. Blake ha detto di voler essere un messaggero stavolta, non un pittore che si nasconde sullo sfondo del proprio quadro. Si sentono Jeff Buckley, Morrissey, persino certi bagliori di Oasis. Si sente un uomo che ha qualcosa da dire e finalmente vuole dirlo.

Per aprile: Death of Love, registrata con il London Welsh Male Voice Choir — liturgica, lenta, bellissima.

2. Bon Iver — Sable, Fable (2025)

Justin Vernon ci ha messo anni a costruire questo disco. Sable, Fable è uscito l’11 aprile 2025 — quasi un segno del destino per un album che parla di transizioni, di ciò che rimane dopo una distruzione controllata. L’EP Sable, uscito qualche mese prima, era descritto come «un fuoco controllato che prepara il terreno». L’album completo è quello che cresce dopo.

Bon Iver non ha mai smesso di reinventarsi. Da For Emma, Forever Ago — registrato in un isolamento di tre mesi in una baita del Wisconsin — a 22, A Million, a I,I, ogni disco ha ridisegnato il confine tra folk e sperimentazione. Sable, Fable continua su quella linea: voci stratificate, texture organiche e digitali insieme, la sensazione costante di ascoltare qualcosa che sta accadendo per la prima volta.

Per aprile: qualsiasi traccia al mattino presto, con la luce ancora bassa.

3. Blood Orange — Essex Honey (2025)

Dev Hynes, il londinese cresciuto nell’Essex che ha fatto dell’identità nomade il proprio materiale artistico, è tornato con Essex Honey ad agosto 2025 dopo sette anni di silenzio discografico. È un album scritto nel dolore e nella nostalgia — per le origini, per la musica che lo ha salvato, per un’infanzia che non è mai stata del tutto semplice.

Il disco è straordinariamente affollato di presenze: Caroline Polachek, Lorde, Daniel Caesar, Zadie Smith, Mustafa. Ma non si sente affollato. Si sente come una stanza in cui convivono molte voci che si rispettano. Tra le collaborazioni, una in particolare ha un sapore speciale: Scared of It campiona Slipping Slowly, una delle primissime canzoni di Ben Watt, registrata nel 1982. Watt stesso ha descritto il risultato come «qualcosa di davvero bello e rivolto al futuro». È uno di quegli incroci tra generazioni che fanno capire perché la musica continua a contare.

Per aprile: Mind Loaded, con Caroline Polachek e Lorde — sontuosa, malinconica, sorprendente.

4. Ben Watt — North Marine Drive (1983, da riscoprire)

Metto qui un album del 1983 perché il collegamento con Blood Orange lo rende attualissimo, e perché North Marine Drive è uno di quei dischi che ogni primavera chiede di essere riscoperto. Ben Watt aveva vent’anni quando lo registrò. È folk-jazz sommesso, acustico, malinconico nel senso più nobile del termine.

Watt è cresciuto a Barnes, nel South West di Londra — la stessa parte di città che ha formato molti di noi che ci siamo passati. Quel disco porta dentro tutto ciò: i parchi, il Tamigi che cambia colore, la luce di certi pomeriggi che non assomiglia a nessun’altra. Riscoprirlo oggi, sapendo che una delle sue canzoni di quarant’anni fa è stata appena campionata e restituita al mondo in forma nuova, è una piccola emozione silenziosa.

Per aprile: Some Things Don’t Matter e la cover di Bob Dylan You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go — che in questa stagione prende tutto un altro peso.

5. Ben Howard — I Forget Where We Were (10th Anniversary, 2024)

Dieci anni fa, I Forget Where We Were uscì in autunno e sembrò scritto per i giorni corti, per la pioggia, per le strade bagnate. Lo riascolto adesso — nell’edizione anniversario uscita nell’ottobre 2024, con alcuni brani inediti dell’epoca — e scopro che funziona anche in primavera. Forse funziona sempre, perché parla di un tipo di malinconia che non dipende dalla stagione.

Ben Howard è uno di quei cantautori che non urla mai. Costruisce con pazienza — chitarre acustiche che si moltiplicano, voce che si fa sempre più lontana, come se stesse cantando per qualcuno che non riesce del tutto a raggiungere. In questo decennale, quella distanza suona ancora giusta. Forse anche più giusta di prima.

Per aprile: Conrad e la title track. A volume basso, con gli occhi chiusi.

Una nota finale

Non c’è una logica di genere in questa selezione, né una coerenza di mood nel senso stretto. C’è piuttosto un filo sottile: tutti questi dischi parlano di recuperare qualcosa. Un’autonomia, un’origine, una voce, una stagione. Sono album fatti da persone che hanno preso tempo — e che lo restituiscono, trasformato, a chi ascolta.

In aprile, in un anno che continua a non stare fermo, sembra esattamente ciò di cui si ha bisogno.


Colonna sonora con Vinyl record playing on a wooden turntable near a window with potted flowers and a garden outside
A vinyl record spins on a turntable by a window overlooking a blooming garden.


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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