Bad Bunny al Super Bowl: cultura, memoria e la reazione politica che ha rivelato molto più dello show

L’halftime show di Bad Bunny al Super Bowl non è stato solo uno spettacolo musicale. È stato un racconto storico, identitario e politico costruito attraverso simboli precisi: colonialismo, crisi energetica, gentrificazione, diaspora, orgoglio culturale, memoria familiare, inclusione queer e solidarietà panamericana.

Ma ciò che ha reso la performance ancora più significativa non è stato soltanto il contenuto. È stata la reazione.

Una parte della nuova classe politica americana si è dichiarata “offesa”. Offesa per il tono, per i riferimenti storici, per la narrazione del colonialismo. E, soprattutto, per il fatto che gran parte dello show fosse in spagnolo.

Ed è qui che la questione si fa più interessante.


I simboli: quando il palco diventa un “manifesto”.

Lo spettacolo di Bad Bunny al Super Bowl, ha aperto con riferimenti alle piantagioni di zucchero e frutta — terre sottratte agli indigeni e trasformate in strumenti di dominio imperiale. Non una provocazione gratuita, ma un richiamo alla storia concreta di Puerto Rico: prima la colonizzazione spagnola, poi il passaggio agli Stati Uniti nel 1898.

La salita sul palo della luce durante “El Apagón” ha reso visibile la crisi energetica post-uragano Maria, tra privatizzazioni e blackout continui.

Il Grammy passato simbolicamente al suo “io più giovane” ha rappresentato la generazione che cresce vedendo finalmente la propria cultura celebrata.

La presenza di Ricky Martin con un brano che denuncia gentrificazione e overtourism ha sollevato il tema dell’espulsione silenziosa delle comunità locali in nome del profitto.

Il bambino che dorme sulle sedie durante un matrimonio ha evocato l’infanzia latina, la memoria delle lunghe feste familiari.

Il breve momento queer — due uomini che ballano insieme — ha ribadito che la rappresentazione, anche se fugace, conta.

L’abito di Lady Gaga nei colori storici della bandiera indipendentista portoricana ha riportato alla lotta del 1868 contro il dominio spagnolo.

Bad Bunny al Super Bowl con bandiera indipendentista di Puerto Rico
La bandiera indipendentista del Puerto Rico

Il chiosco di coco frío, in contrapposizione simbolica alla Coca-Cola, ha richiamato la poesia di Luis Palés Matos e il conflitto tra autenticità culturale e globalizzazione.

Il matrimonio reale celebrato durante lo show ha trasformato l’intrattenimento in rito comunitario.

La scenografia con bodegas, piraguas, saloni di manicure e taco stand ha celebrato la quotidianità della vita portoricana e latina.

Infine, la nomina di tutti i Paesi del Nord, Centro e Sud America e dei Caraibi ha ridefinito l’idea stessa di “America” come continente plurale.

“Seguimos aquí.”
Siamo ancora qui.


Perché una parte della politica si è sentita colpita

La nuova classe politica americana più nazionalista ha reagito con fastidio per due ragioni principali.

La prima è il contenuto storico. Parlare di colonialismo, sfruttamento, privatizzazioni fallimentari e marginalizzazione significa mettere in discussione la narrazione trionfalista dell’eccezionalismo americano. Non è una critica generica: è una critica documentata.

La seconda è linguistica.

Gran parte dello show è stata in spagnolo.

E questo ha generato una reazione che va oltre la musica.


L’ironia linguistica: chi impone l’inglese si sente “offeso” dallo spagnolo

Gli Stati Uniti esportano la propria lingua ovunque. L’inglese — o meglio, la sua variante americana — domina il cinema, la musica, il commercio globale, le università, la tecnologia. È dato per scontato che il mondo si adatti. Che impari. Che traduca.

Non importa se sia compreso perfettamente o meno.

L’inglese viene imposto come lingua franca del potere economico e culturale.

Eppure, quando su un palco americano uno spettacolo utilizza lo spagnolo — lingua parlata da oltre 40 milioni di persone negli Stati Uniti — parte della classe politica reagisce come se fosse un atto di esclusione.

L’ironia è evidente.

Si invoca la libertà di mercato culturale, ma si tollera solo quando è monolingue.

Si celebra l’America come melting pot, ma si pretende che il suono dominante resti uno solo.

Va anche ricordato che l’inglese americano non è una forma “pura” o monolitica. È un idioma ibrido, contaminato, evoluto attraverso migrazioni, influenze africane, latinoamericane, europee. Pretenderne una sacralità linguistica è una costruzione ideologica, non una realtà storica.


La questione identitaria

Lo show di Bad Bunny, per i bigotti che non l’hanno capito, non era anti-americano. Era una ridefinizione del concetto di America.

Quando ha nominato ogni Paese del continente, ha implicitamente affermato che l’America non è un’esclusiva geopolitica, ma un insieme di culture e storie intrecciate.

È questa l’idea che disturba. Perché sposta il centro del dibattito, ed ogni variazione intelligente del dibattito.


Cultura pop come spazio politico

Il Super Bowl è uno degli eventi più guardati al mondo. Portare su quel palco colonialismo, diaspora, crisi infrastrutturali, memoria familiare e pluralità linguistica significa usare la cultura pop come spazio politico.

Non propaganda. Narrazione. La reazione indignata dimostra che il messaggio è arrivato.

Se fosse stato irrilevante, non avrebbe generato fastidio.


Oltre la polemica

Al di là delle posizioni politiche, resta un dato: milioni di persone si sono riconosciute in quelle immagini. Non solo portoricani, non solo latini. Ma anche noi europei.

Chiunque abbia vissuto la migrazione, la marginalizzazione o il conflitto tra identità locale e potere globale ha visto qualcosa di familiare.

La frase finale sintetizza tutto: “Seguimos aquí.”

Non è una minaccia. È una dichiarazione di esistenza. E forse è proprio questo che ha inquietato qualcuno.

Non il linguaggio.
Non la musica.
Ma la presenza.


A questo punto prendetevi 15 minuti e riguardate lo show di Bad Bunny al Super Bowl


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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