Antonio Borsa torna con un romanzo che trasforma il dolore in un atto di resistenza
di Massimo Usai — Urban Mood Magazine
Ci sono libri che nascono dalla tecnica e altri che nascono da una ferita. Profumo di viole sfiorite, il secondo romanzo di Antonio Borsa, pubblicato per le edizioni NonSoloParole, appartiene con evidenza alla seconda categoria. È un libro che non chiede il permesso di disturbare: entra, si siede di fronte al lettore e gli parla di ciò che la società preferisce ancora tenere in silenzio — il suicidio giovanile, il femminicidio, la fragilità che non trova ascolto. E lo fa con una sincerità che, per quanto a tratti grezza, risulta disarmante.
Urban Mood Magazine ha sempre dato spazio a queste voci, a chi sceglie la cultura come strumento di consapevolezza. E il percorso di Borsa — informatore farmaceutico, atleta di kick boxing, narratore per urgenza interiore più che per ambizione letteraria — incarna esattamente il tipo di impegno che ci interessa raccontare: quello che parte dal basso, dal vissuto, dalla necessità di dire qualcosa a qualcuno prima che sia troppo tardi.
La Valle come teatro dell’anima
La trama segue Ryan, un ragazzo che, devastato dalla fine di una relazione, compie il gesto estremo. Ma il romanzo non si ferma lì, anzi: è proprio da quel punto che comincia. Ryan non trova l’oblio. Si risveglia nella Valle, un purgatorio simbolico, desolato e spettrale, dove un Angelo lo accompagna attraverso incontri con anime che hanno conosciuto il dolore ma non si sono arrese. La Valle non punisce: insegna. È un luogo dove la sofferenza viene finalmente guardata in faccia, scomposta, capita.
L’intuizione narrativa è forte: il suicidio come inizio di un viaggio e non come sua conclusione. Borsa ribalta la prospettiva con un coraggio che compensa le eventuali imperfezioni stilistiche. Ogni anima incontrata da Ryan nella Valle porta con sé una storia diversa — di abuso, di abbandono, di solitudine economica — e ognuna di queste storie serve a costruire, frammento dopo frammento, un argomento contro la resa che non è mai retorico perché non arriva dall’alto: arriva da chi ci è passato.
Max Pezzali come colonna sonora emotiva
Uno degli elementi più originali del romanzo è il suo legame con la musica di Max Pezzali. Le canzoni dell’ex frontman degli 883 non sono semplici citazioni decorative: funzionano come una colonna sonora interiore, un filo emotivo che attraversa la narrazione e la ancora a un immaginario generazionale preciso. Brani come Nessun rimpianto, Come deve andare e Grazie mille diventano nella prosa di Borsa delle chiavi interpretative, delle piccole epifanie che aprono spazi di riflessione tra un capitolo e l’altro.
È una scelta che potrebbe sembrare ingenua, ma che nel contesto del romanzo funziona con precisione: Pezzali è il cantore delle cose normali, delle vite qualunque, delle delusioni che non fanno notizia. Esattamente le vite di cui Borsa vuole farsi portavoce. Il pragmatismo malinconico delle canzoni degli 883 diventa così il tono emotivo dell’intero romanzo — quel modo tutto italiano di sorridere mentre si piange, di fare i conti con la realtà senza perdere del tutto la tenerezza.
Tra Peter Pan e il ring
Borsa scrive come parla: in modo diretto, quasi confidenziale, con una familiarità che abolisce le distanze tra autore e lettore. La sua non è una prosa cesellata, e sarebbe inutile cercarne la perfezione formale. La forza di questo libro sta altrove: nella sua capacità di creare un’intimità immediata, nel suo rifiuto di nascondersi dietro artifici. Quando Ryan si rivolge direttamente al lettore, il registro narrativo si fa quasi epistolare, e l’effetto è quello di una lettera ricevuta da qualcuno che abbiamo perso di vista e che ci chiede, semplicemente, di restare.
I riferimenti a Peter Pan — alla trappola del rifiuto di crescere, alla fuga dal dolore come illusione di libertà — aggiungono un ulteriore strato simbolico alla narrazione. La Valle stessa, con la sua atmosfera sospesa tra il gotico e il fiabesco, ricorda quei luoghi letterari dove il tempo si ferma per costringere il protagonista a fare i conti con sé stesso. E il titolo, con quel profumo che persiste anche quando il fiore è sfiorito, contiene in sé tutta la poetica del romanzo: la bellezza non scompare del tutto, nemmeno dopo il trauma più profondo.
Un impegno che esce dalle pagine
Profumo di viole sfiorite va valutato non soltanto come oggetto letterario, ma come gesto civile. Borsa non si limita a pubblicare: porta il suo messaggio nelle scuole, nelle conferenze, negli incontri pubblici dove parla apertamente di salute mentale, di prevenzione, di empatia. Il romanzo è un tassello di un impegno più ampio che merita attenzione e rispetto, a maggior ragione in un’Italia dove il suicidio resta una delle principali cause di morte tra i giovani e il femminicidio continua a scandire le cronache con una regolarità intollerabile.
Già con il suo esordio, I tre appuntamenti (La Bussola, 2024), Borsa aveva dimostrato di voler usare la narrativa come strumento di sensibilizzazione. Con questo secondo romanzo, l’ambizione cresce e la voce si fa più sicura. Non siamo di fronte a un letterato in senso classico, ma a un uomo che ha qualcosa di importante da dire e che ha trovato nel romanzo il mezzo per dirlo. E in un panorama editoriale spesso asfittico e autoreferenziale, questa urgenza comunicativa è già di per sé un valore.
Profumo di viole sfiorite — Antonio Borsa
NonSoloParole Edizioni
ISBN: 8888850805
Disponibile su Amazon.it
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