Ha dichiarato vittoria, ma ora mendica aiuto. L’Europa dice no, la Cina osserva, il petrolio brucia. Anatomia di un disastro annunciato e di uno scacco matto a se stesso.
di Massimo Usai— 17 marzo 2026
C’è un’immagine che in queste ore circola tra gli analisti e i commentatori di mezzo mondo, e che forse descrive meglio di qualsiasi editoriale la situazione in cui si trova Donald Trump: quella di un giocatore di scacchi alle prime armi che ha spostato il proprio re al centro della scacchiera, e ora non capisce perché è sotto attacco da ogni direzione. È un’immagine potente, quasi letteraria, e ha il merito raro di essere anche esatta.
Siamo alla terza settimana della guerra in Iran. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato più volte che l’America ha vinto. La vittoria, però, ha un aspetto curioso: le bombe continuano a cadere su tutto il Medio Oriente, lo Stretto di Hormuz è chiuso — e con esso il venti per cento della fornitura petrolifera mondiale — e Trump si ritrova a «pretendere» che gli alleati NATO si uniscano a un conflitto che nessuno di loro ha mai voluto, né tantomeno avviato.
«Esigo che questi Paesi vengano a proteggere il proprio territorio, perché è il loro territorio», ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One. Una frase rivelatrice non tanto per quello che dice, quanto per quello che tradisce: la disperazione di chi ha innescato un incendio e ora scopre di non avere abbastanza acqua per spegnerlo.
L’Europa che dice no
La risposta dell’Europa è stata netta, e per certi versi storica. L’Italia ha rifiutato. La Germania ha rifiutato. Il Regno Unito — alleato tradizionalmente più fedele di Washington — ha rifiutato. Keir Starmer, il primo ministro britannico, lo ha detto con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni: «Non ci faremo trascinare in una guerra più ampia.»
Per Starmer, la posizione è stata coerente fin dal primo giorno. Ha resistito alle pressioni di Trump, ha resistito alle critiche della sua stessa destra interna — critiche che si sono progressivamente spente quando l’azione del presidente americano ha fatto schizzare i prezzi del petrolio in tutto il mondo, colpendo anche le tasche degli elettori britannici. La realtà è il miglior argomento politico.
Ma è il Lussemburgo ad aver pronunciato la parola più forte: «ricatto». Il ministro degli Esteri lussemburghese ha accusato gli Stati Uniti di ricattare gli alleati per ottenere un supporto militare a cui nessuno è obbligato. E il linguaggio che stiamo sentendo da Bruxelles, da Berlino, da Roma, da Londra non è più quello della diplomazia cauta: è inequivocabile. Tutti dicono la stessa cosa a Donald Trump: tu hai iniziato questa guerra, questo è il tuo caos. Perché dovremmo venire a ripulirlo?
L’equivoco NATO
C’è poi la questione NATO, che rivela un fraintendimento concettuale profondo — o forse deliberato — da parte di Trump. L’Articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord stabilisce che un attacco a un Paese membro è un attacco a tutti. Ma qui è l’America che sta attaccando. Insieme a Israele, ha scelto di invadere l’Iran. Non si trattava di difesa, non c’era una minaccia esistenziale imminente, non c’è stata alcuna spiegazione seria sul perché questa dovrebbe essere una questione NATO. Questa è una questione Trump. Una questione americana. La NATO è stata creata nel 1949 per difendere, non per assecondare le guerre di scelta di leader — per usare un eufemismo — in difficoltà.
E il rifiuto degli alleati europei segna un punto di svolta. Non è più la solita frizione transatlantica, il solito gioco di equilibri. È qualcosa di diverso: una rottura di fiducia. L’Europa sta dicendo, con una voce sorprendentemente compatta, che c’è un limite oltre il quale la lealtà alleata non può spingersi — e quel limite è la follia.

Il paradosso cinese
E poi c’è il capitolo cinese, che ha dell’assurdo. Trovandosi sempre più isolato, Trump si è rivolto nientemeno che a Pechino, chiedendo alla Cina di aiutare a risolvere la crisi nello Stretto di Hormuz. La Cina — che ha buone relazioni con l’Iran, le cui navi attraversano lo Stretto senza problemi, e che non ha alcun interesse a tirar fuori gli Stati Uniti da un pantano che li indebolisce — dovrebbe aiutare l’America. Perché? In nome di cosa?
La scena è quasi surreale, soprattutto se la si accosta a un altro dettaglio recente: la richiesta americana all’Ucraina di fornire supporto con i droni. L’Ucraina, un Paese in guerra per la propria sopravvivenza, a cui Trump ha progressivamente ridotto gli aiuti, dovrebbe ora aiutare l’America nella sua avventura mediorientale. C’è qualcosa di grottesco in questa concatenazione di richieste, qualcosa che rivela un cortocircuito strategico di proporzioni storiche.
La lezione che nessuno voleva imparare così
Israele aveva chiesto a ogni presidente americano, prima di Trump, di invadere l’Iran. Tutti avevano rifiutato. Sapevano quello che Trump ora sta scoprendo sulla propria pelle: che non esistono soluzioni facili, che bloccare lo Stretto di Hormuz è semplice per l’Iran e devastante per il mondo, che una guerra convenzionale contro Teheran non funziona come una campagna mediatica, e che l’Iran è il guardiano di un cancello da cui passa il petrolio del pianeta.
Trump non ha pensato nemmeno due passi più in là del proprio naso. Non ha previsto le conseguenze. Non ha calcolato la reazione. Ha agito come agisce sempre — con la certezza muscolare di chi confonde la potenza di fuoco con l’intelligenza strategica — e ora si ritrova solo, in una guerra che si è scelto, con un’Europa che gli volta le spalle, una Cina che lo osserva divertita, e un prezzo del petrolio che brucia i bilanci di mezzo mondo.
La scacchiera è lì, davanti a tutti. Il re è al centro, esposto. E nessuno ha intenzione di venire a salvarlo
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