Santan Dave – The Boy Who Played the Harp

La confessione lucida di un artista che non cerca più di piacere, ma di capirsi

Ci sono dischi che suonano come un urlo, e altri che suonano come un silenzio necessario.
The Boy Who Played the Harp, il nuovo album di Santan Dave, appartiene a questa seconda categoria.
Un lavoro che non insegue la hit del momento, ma il significato profondo dello scrivere canzoni. Un viaggio interiore dove ogni nota è uno specchio e ogni verso è una domanda scomoda.

Un disco che spiazza, che lascia senza fiato e ti mette in un angolo a chiederti molte cose che pensavi d’avere risolto con la tua personalita’.

Dopo We’re All Alone in This Together (2021) e l’EP Split Decision con Central Cee, Dave abbandona la ricerca di consenso e si muove in territori più fragili e profondi, ed e’ un viaggio affasciante.
Le produzioni sono sobrie, quasi rarefatte: pianoforte, corde, spazi di silenzio che lasciano respirare la voce e i pensieri.
È un album che richiede attenzione, ma che in cambio offre una sincerità quasi disarmante.

E si sente la mano pesante di james Blake.


“Selfish”: il cuore dell’album

Fra tutte le tracce, “Selfish” è quella che colpisce di più. Non solo perché è scritta bene, ma perché sembra scritta per davvero per noi tutti.
Dave parla a se stesso, o forse alla parte di sé che non riesce a perdonarsi. Ma parla anche a noi. Difficile non connettersi con le liriche di questa canzone. Il brano è una sequenza di domande che diventano confessione:

“What if I’m selfish? What if I’m the reason behind it?”
“What if I’m overprotective with family because of how mine is?”
“What if I’m jealous? Maybe that’s what’s making me nervous.”

La parola selfish — egoista — diventa un prisma attraverso cui passa tutto il senso del disco: la paura di essere diventato il tipo di persona da cui voleva fuggire.
Il successo, il denaro, la fama… sono presenti, ma come un’ombra.
Dietro c’è un uomo che si chiede se il prezzo da pagare non sia stato troppo alto.


Il peso delle scelte

“I done a lot of things to regret / Like announcin’ our split on a text.”

Qui Dave mette a nudo un episodio preciso e concreto: una separazione annunciata via messaggio.
È il momento in cui il supereroe del rap britannico si rivela umano, vulnerabile, incapace di gestire la vita reale con la stessa sicurezza con cui domina il microfono.

“And then I go mad, reflection tellin’ me I’m just my dad.”

Una delle frasi più toccanti del brano.
Il riflesso nello specchio che sussurra “I’m just my dad” è la resa più autentica: il riconoscere di non essere riuscito a rompere il ciclo, di aver ereditato ferite e fragilità.
In questa linea c’è tutta la malinconia e la profondità di Dave, un artista che sa essere duro e tenero nello stesso istante.


Il tempo che scivola

“At this point where you should’ve been rich…
At this point where you should’ve had kids, like…”

La voce di Dave si incrina mentre riflette sul tempo che passa, sui traguardi sociali non raggiunti, sul confronto con le aspettative degli altri.
È raro, nel rap, ascoltare un artista interrogarsi sul ritardo invece che sulla vittoria.
Questa inversione di prospettiva fa di Selfish un piccolo capolavoro introspettivo.


Una canzone come confessione collettiva

“What if the kids just wanna be kids / And don’t wanna live in and out of the news and chill / And don’t even wanna be rich?”

In queste righe, secondo me, si sente l’esperienza di chi ha visto da vicino il potere e la fama, ma ne conosce anche il peso.
Dave parla ai più giovani, a quelli che sognano il successo come panacea.
Li invita a restare bambini, a proteggere la loro normalità.
È quasi una preghiera laica, un avvertimento dal centro del labirinto.


Oltre la musica

Selfish non è di certo solo un brano in un album, è una seduta di terapia in forma di canzone.
Il beat è minimale, quasi assente, per lasciare spazio alle parole.
Ogni pausa è significativa, ogni respiro pesa quanto una rima.
È una delle canzoni più intense del rap britannico recente, capace di unire introspezione poetica e linguaggio diretto. Ed e’ anche la differenza esistente tra quello americano e questo inglese, che incontra le culture e le atmosfere indie tipiche di citta’ come Londra.

Ad ogni modo questo brano, nel contesto dell’album, rappresenta per me la chiave di lettura dell’intero progetto.
Dave non racconta più le periferie esterne, ma quelle interiori: l’ansia, la colpa, la solitudine del successo.
Il titolo stesso, The Boy Who Played the Harp, evoca il mito di un giovane Davide che suona per placare i demoni del re Saul — come se l’artista cercasse di calmare i propri e si avverte il suo dolore interiore.


Di certo, con questo album, Santan Dave conferma di essere una delle voci più mature, profonde e letterarie della musica contemporanea.
Non c’è ostentazione, non c’è desiderio di impressionare: c’è solo la necessità di dire la verità, anche quando fa male.

Ripeto, Selfish è il punto più alto di questa confessione collettiva, una canzone che si, parla di egoismo ma che in realtà è un atto di vulnerabilità e generosità artistica.
Un brano da ascoltare in silenzio, magari di notte, quando le domande su chi siamo e cosa stiamo diventando trovano il coraggio di uscire nel silenzio del buio.

Voto: 9/10

Perche’?
Perche’ e’ Un album che non urla, ma resta.
Un artista che cresce non nel rumore, ma nel dubbio.

Impossibile non amarlo.


Discover more from Urban Mood Magazine

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

You May Also Like

More From Author

Leave a Reply