Premio Strega 2026 di Patrizia Riello Pera, Padova, Italia
Con «I convitati di pietra», pubblicato da Einaudi, lo scrittore conquista l’ottantesima edizione. Al centro del romanzo, un patto fra compagni di scuola che trasforma il legame di una vita in una competizione per sopravvivere.
Si può augurare lunga vita a un amico e, nello stesso tempo, sperare di sopravvivergli. È nella distanza fra questi due sentimenti che prende forma la premessa di I convitati di pietra, il romanzo con cui Michele Mari ha vinto il Premio Strega 2026. La proclamazione, in piazza del Campidoglio a Roma, ha concluso l’ottantesima edizione del premio.
Tutto comincia quando il futuro sembra ancora una proprietà inesauribile. Gli ex alunni della III A hanno superato l’esame di maturità e stringono un «patto sciagurato», destinato a vincolarli fino alla morte. Un accordo nato quasi per gioco, sul quale pesa una domanda tutt’altro che innocente: quanto delle loro esistenze è già deciso? La prospettiva di un premio favoloso altera progressivamente i rapporti e trasforma la durata della vita nel terreno di una sfida.
La scuola offre a questa vicenda una cornice particolarmente fertile. È il luogo in cui abbiamo imparato a conoscere gli altri, ma anche a misurarci con loro. Il tempo modifica i corpi, distribuisce successi e delusioni; nella memoria dei compagni, però, ciascuno conserva qualcosa del ragazzo che è stato. Ci si può ritrovare dopo trent’anni e riconoscersi immediatamente. Resta da capire se quello sguardo custodisca un’intimità o imponga una condanna: essere, per gli altri, sempre la stessa persona.
In questa prospettiva, i vecchi compagni diventano i depositari di un’identità che nessuna conquista adulta riesce del tutto a cancellare. Conoscono esitazioni, debolezze, ambizioni precedenti alla versione di noi che abbiamo costruito nel mondo. Il loro sguardo può rassicurare, perché garantisce una continuità; può anche ferire, perché ridimensiona le trasformazioni di cui vorremmo essere protagonisti. La familiarità contiene entrambe le possibilità: sentirsi finalmente riconosciuti oppure scoprire di non essere mai davvero cambiati agli occhi di chi ci conosce da sempre.
La premessa del romanzo suggerisce così una lettura dell’amicizia come territorio attraversato da sentimenti contraddittori. All’affetto possono accompagnarsi il confronto, l’invidia, il bisogno di prevalere. Il denaro introduce una misura brutale dentro questa ambivalenza: la perdita di qualcuno può diventare il vantaggio di chi resta. Sopravvivere acquista allora un significato ulteriore, quasi contabile, mentre ogni legame viene esposto al sospetto dell’interesse.
È una situazione che invita a interrogare anche il significato della lealtà. Quanto rimane libero un gesto di premura quando il destino dell’altro entra nel calcolo della propria fortuna? E quanto può resistere la fiducia, se ciascuno sa che gli amici hanno qualcosa da guadagnare dalla sua scomparsa? Sono le domande aperte dal patto a rendere inquietante il meccanismo: la competizione può insinuarsi persino nei sentimenti che consideriamo più disinteressati, senza che sia facile stabilire dove finisca l’affetto e cominci la convenienza.
È qui che il gioco rivela la sua crudeltà. Una promessa pronunciata quando la morte appare remota finisce per impegnare l’intera esistenza. L’idea di governare il destino attraverso un accordo porta con sé un paradosso: più si vuole vincere la scommessa sul tempo, più si rischia di vivere alle sue dipendenze. Il futuro, immaginato alla fine della scuola come uno spazio di possibilità, diventa così anche un’attesa, sottoposta al confronto con la durata delle vite altrui.
La scommessa contiene anche un inganno prospettico: promette una ricompensa lontana e intanto occupa il presente. Ogni anno trascorso può apparire un passo verso il traguardo, ma è anche una porzione di esistenza consumata. Da qui nasce un interrogativo ulteriore: vivere più a lungo basta a vivere meglio?
Nella motivazione con cui ha proposto il libro allo Strega, Vittorio Lingiardi sottolinea la compresenza di comicità e compassione, riconoscendo a Mari una «scrittura spietata capace di pietas». È una chiave utile per avvicinarsi alla storia: il divertimento nero convive con la fragilità di persone che invecchiano, ancora unite da ciò che furono. Lingiardi richiama inoltre il gioco linguistico e il carattere corale del romanzo, arrivando a evocare Carlo Emilio Gadda.
La compresenza di riso e commozione indicata nella presentazione ufficiale suggerisce di guardare a questi personaggi senza mettersi troppo al riparo. Le loro contraddizioni esasperano impulsi riconoscibili: desiderare di essere amati, temere di risultare inferiori, cercare negli altri la conferma del proprio valore. Il patto dà una forma estrema a questa tensione. E la domanda sul destino finisce per riguardare anche la responsabilità: quanto dipende dalle circostanze e quanto dalle regole che accettiamo di imporre alla nostra vita?
A quel punto, il premio promesso si misura con un’assenza: vengono meno i testimoni della giovinezza, coloro che possono ancora pronunciare un nome restituendogli il suono di allora. Restare significa anche perdere, un poco alla volta, quella memoria condivisa.
Il proverbio rovesciato dalla presentazione del romanzo, «chi perde un amico trova un tesoro», lascia infine una domanda scomoda. Quanto vale la vittoria, se per conquistarla bisogna restare senza le persone che potrebbero ricordarci com’eravamo?
PATRIZIA RIELLO PERA – SCRITTRICE E DISEGNATRICE
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