Morte al Villaggio Giardino non rappresenta soltanto l’inizio delle avventure dei cinqueperunosei, ma contiene anche il primo nucleo di un personaggio destinato, libro dopo libro, a conquistarsi uno spazio sempre maggiore nell’universo narrativo di Roberto Roganti. È qui che incontriamo Grogghino, il becchino del gruppo, figura dietro la quale si nasconde lo stesso autore, che lo ha definito apertamente il proprio alter ego e gli ha affidato un mestiere decisamente insolito per chi, negli anni successivi, sarebbe diventato un investigatore a tutti gli effetti.
La vicenda parte da una morte apparentemente accidentale, quella di un uomo precipitato dal terrazzo della propria abitazione, mentre una ringhiera poco sicura sembra offrire una spiegazione immediata e persino banale alla tragedia. Stefano Soranna, giovane giornalista e vero motore dell’indagine in questa prima storia, non riesce però ad accontentarsi della versione più semplice, soprattutto quando alcune incongruenze nella dinamica della caduta e le informazioni che emergono sulla situazione familiare della vittima aprono scenari molto diversi tra loro, facendo oscillare l’ipotesi tra incidente, suicidio e omicidio.
Roganti sceglie di non costruire l’indagine attorno all’intuizione prodigiosa di un unico investigatore, ma di distribuirla fra i componenti dei cinqueperunosei, ciascuno capace di raccogliere informazioni grazie al proprio lavoro, alle conoscenze e agli ambienti frequentati. Il materiale viene poi portato agli incontri del gruppo, discusso, confrontato e collegato agli elementi già emersi, mentre Soranna trasforma progressivamente quelle scoperte negli articoli che il lettore può leggere all’interno del romanzo. Proprio questa struttura corale costituisce uno degli elementi più riconoscibili di Morte al Villaggio Giardino, perché l’indagine cresce attraverso una somma di piccoli contributi anziché affidarsi al classico investigatore che comprende tutto prima degli altri.
All’interno di questo meccanismo compare Grogghino, Roberto Roganti trasformato in personaggio e sistemato, almeno inizialmente, in una posizione quasi laterale rispetto a Soranna. Fa il becchino, un mestiere che potrebbe sembrare soltanto una trovata grottesca o ironica e che invece contiene già una parte fondamentale della filosofia del personaggio, perché per Grogghino i morti possono raccontare molto più di quanto si immagini e, in determinate circostanze, persino più dei vivi. Roganti tornerà esplicitamente su questa idea parlando delle successive avventure del suo alter ego, nelle quali il rapporto con i cadaveri e con ciò che possono rivelare diventerà uno degli elementi caratteristici del personaggio.
In questa prima avventura Grogghino rimane ancora, per così dire, in panchina rispetto al ruolo che gli verrà affidato successivamente, ma sarebbe sbagliato considerarlo una semplice comparsa, perché è proprio lui a raccogliere e rimettere in ordine le informazioni prodotte dal lavoro degli altri, osservando ciò che emerge e contribuendo a tirare le fila delle scoperte compiute dal gruppo. Intorno a lui comincia così a delinearsi un modo particolare di affrontare l’indagine, fondato meno sull’esibizione dell’intelligenza e molto di più sulla capacità di ascoltare, collegare elementi apparentemente lontani e attribuire valore anche a dettagli che altri potrebbero lasciarsi sfuggire.
La sua forza narrativa nasce anche dalla contraddizione tra il mestiere che svolge e il carattere che progressivamente emerge. Grogghino frequenta la morte senza trasformarsi in una figura cupa, osserva persone e situazioni con una mente aperta, possiede determinazione senza perdere umanità e sembra interessato soprattutto a ciò che resta nascosto dietro la prima versione dei fatti. Il contatto quotidiano con i morti, anziché allontanarlo dai vivi, gli fornisce un punto di osservazione differente dal quale interpretare comportamenti, silenzi e contraddizioni.
Il passaggio successivo nella costruzione del personaggio diventa evidente con Misfatto indigesto al Bulldog, pubblicato da Balzano Editore nel 2025 e presentato proprio come la prima indagine di Grogghino. A quel punto il becchino esce dalla dimensione prevalentemente corale dei cinqueperunosei e conquista il centro della scena, mentre nelle opere successive Roganti continuerà a svilupparne il ruolo fino a costruire intorno a lui un vero percorso investigativo autonomo.
Rileggere Morte al Villaggio Giardino conoscendo questa evoluzione rende quindi particolarmente interessante osservare Grogghino prima che diventi pienamente Grogghino, quando possiede già diversi tratti dell’uomo e dell’investigatore che incontreremo in seguito, ma si muove ancora all’interno del gruppo lasciando apparentemente ad altri il centro della scena. Roberto Roganti sembra aver fatto crescere il proprio alter ego un passo alla volta, permettendogli prima di osservare, ascoltare e mettere insieme le tessere raccolte dagli amici e soltanto dopo di alzarsi da quella metaforica panchina per affrontare direttamente morti, misteri e assassini. Forse è proprio questa crescita progressiva a rendere il personaggio curioso fin dalla sua prima apparizione, perché Grogghino non entra nella storia presentandosi immediatamente come un investigatore infallibile, ma arriva come un uomo abituato a stare vicino alla morte, capace di guardarla senza paura e abbastanza attento da sapere che un cadavere, se qualcuno sa davvero osservarlo, può continuare ad avere parecchie cose da raccontare
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