Perché in Italia si continua a chiedere «ma sei giornalista?» mentre un articolo, ormai, lo legge il mondo intero. Ha ancora senso l’ordine Giornalisti che esiste solo in questo Paese?
C’è una domanda che in Italia sopravvive a tutto: alle rivoluzioni tecnologiche, al crollo delle tirature, alla nascita e morte di interi ecosistemi editoriali. È la domanda «ma tu sei giornalista?». La si pronuncia con un misto di sospetto burocratico e gelosia di casta, come se esistesse una linea di confine netta tra chi informa e chi finge di farlo, e come se quella linea la disegnasse un tesserino plastificato anziché quello che uno scrive, verifica e firma.
Chi ha pubblicato più all’estero che in patria — mi ci metto — quella domanda la trova, a seconda dei giorni, comica o malinconica. Perché fuori dai nostri confini semplicemente non esiste. E non per approssimazione: per scelta di civiltà giuridica.
Un’anomalia, non una tradizione
Partiamo dai fatti, che sono più eloquenti di qualsiasi polemica. L’Italia è l’unico grande Paese occidentale ad avere un Ordine Giornalisti professionale istituito per legge — la 69 del 1963 — con un albo a iscrizione obbligatoria e, soprattutto, con il titolo di «giornalista» protetto giuridicamente. Per definirti tale ed esercitare la professione devi essere iscritto. Non è un dettaglio tecnico: è un impianto corporativo di stampo anni Sessanta, sopravvissuto a se stesso.
Basta alzare lo sguardo per capire quanto sia isolato questo modello. In Germania la registrazione statale dei giornalisti è addirittura vietata per principio: l’articolo 5 della Legge fondamentale, quello sulla libertà di stampa, esclude che lo Stato possa autorizzare chi fa informazione. Il Presseausweis tedesco lo rilasciano le associazioni di categoria, è volontario, vale come documento di riconoscimento e nulla più. Nel Regno Unito non esiste alcun ordine né registro: chiunque può fare ed essere chiamato journalist, e la press card è solo un lasciapassare identitario per cordoni e conferenze. Persino la Francia, il caso più vicino al nostro, resta lontanissima: la carte de presse non è obbligatoria, non protegge alcun titolo, non è un ordine — è un riconoscimento legato al fatto che dal giornalismo tu ricavi la maggior parte del reddito. Puoi essere giornalista francese senza averla mai chiesta.
Tradotto: quello che in Italia viene vissuto come la soglia sacra della professione, altrove è un’idea che nessuno ha sentito il bisogno di inventare. Non perché siano indietro. Perché hanno deciso che lo Stato non ha titolo per certificare chi può raccontare la realtà.
La forma premiata al posto della sostanza
Il problema non è avere una tessera. Il problema è cosa quella tessera certifichi davvero. L’iscrizione all’albo attesta un percorso amministrativo — collaborazioni retribuite, articoli firmati, un’attestazione di direttore, il superamento di una prova — non la qualità di ciò che scrivi, né tantomeno la tua sintonia con il sistema informativo di oggi.
Ne discende un paradosso che chiunque frequenti le redazioni conosce: si può essere perfettamente in regola e scrivere in un italiano stanco, oppure essere completamente avulsi da come circola l’informazione nel 2026 — piattaforme, verifica delle fonti in tempo reale, formati nativi digitali — e restare, sulla carta, «giornalisti». E si può, al contrario, produrre inchieste solide, lette e citate, senza avere alcun titolo da esibire. La tessera fotografa un momento burocratico del passato; non dice nulla su cosa fai adesso.
Questa è la vera accusa, molto più della battuta facile sui «giornalisti che non sanno scrivere». Il sistema italiano premia l’appartenenza sopra la prestazione. Certifica la forma — l’essere dentro — e lascia la sostanza, cioè la qualità e l’attualità del lavoro, fuori dal proprio raggio d’azione.
La responsabilità territoriale che fa sorridere
C’è poi una faglia che il 1963 non poteva immaginare. L’intera architettura della responsabilità giornalistica italiana — testata registrata, direttore responsabile, catena di garanzia nazionale — nasce in un mondo di carta e di confini. Un mondo in cui un articolo circolava dentro un perimetro geografico e linguistico preciso, e lì rispondeva.
Oggi scrivo un pezzo e, nel tempo di un caricamento, lo può leggere qualcuno a Londra, a San Paolo, a Melbourne. L’informazione ha perso il territorio, e con esso ha perso senso l’idea che la legittimità di chi la produce si misuri con un registro nazionale. Continuare a discutere se qualcuno sia «davvero» giornalista secondo i criteri di una legge di sessant’anni fa, mentre i suoi contenuti viaggiano fuori da ogni giurisdizione italiana, ha qualcosa di involontariamente teatrale. È il ricorrente «ma sei giornalista o no?» che riemerge a ogni caso di cronaca professionale: una liturgia identitaria che dice più sull’ansia di una corporazione che sul mestiere reale.
L’obiezione, e perché non basta
Va detto con onestà: l’Ordine ha i suoi difensori, e non sono sciocchi. Il loro argomento migliore è che l’albo vincola a un codice deontologico sanzionabile — una soglia di responsabilità che nei sistemi anglosassoni è affidata solo al mercato e alle cause per diffamazione. In un’epoca di disinformazione industriale, dicono, avere un corpo professionale con regole scritte è un presidio, non un residuo.
È un punto serio. Ma non regge alla prova dei fatti. La deontologia non ha bisogno di un monopolio statale del titolo per esistere: la BBC, il Guardian, Le Monde applicano standard editoriali severissimi senza che nessun ordine imponga a Londra o Parigi chi possa chiamarsi giornalista. La responsabilità, nei sistemi maturi, sta nella testata e nel lettore, non in un albo. E soprattutto: un codice etico che si applica solo agli iscritti lascia fuori proprio chi oggi produce la maggior parte dell’informazione fuori dai circuiti tradizionali. Protegge una categoria, non la qualità dell’informazione.
Cosa resta
Non chiedo di abolire la deontologia, chiedo di smettere di confonderla con una tessera. Il resto d’Europa fa buon giornalismo — e ne fa di pessimo, come noi — senza aver mai avuto bisogno di uno Stato che dicesse chi ha il diritto di raccontare i fatti. L’anomalia italiana non è avere regole. È aver costruito, attorno a un titolo protetto per legge, una discussione permanente sull’appartenenza che ci distrae da quella che conta: si scrive bene? si verifica? si serve il lettore?
Per chi ha imparato il mestiere pubblicando altrove, dove nessuno chiede il tesserino ma tutti chiedono conto di ogni riga, tornare a sentirsi domandare «ma sei giornalista?» non è offensivo. È, semplicemente, la fotografia di un Paese che continua a premiare la forma mentre il mondo, da un pezzo, legge la sostanza.

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