Nel panorama pubblico italiano, poche voci risuonano con la stessa lucidità e fermezza di quella dello storico Alessandro Barbero. In occasione del 25 aprile, anniversario della Liberazione, il suo intervento a La7 ha scosso le coscienze e fatto chiarezza su ciò che si celebra davvero in questa giornata: non solo la fine della guerra e la sconfitta della tirannide nazifascista, ma anche la dignità di un Paese che, seppur in parte, ha saputo riscattarsi lottando dalla parte giusta della storia.
La memoria come dovere civile
Barbero ha ricordato che la Resistenza non fu solo un’insurrezione armata, ma un moto etico e collettivo: «L’Italia aveva cominciato la guerra dalla parte sbagliata… ma almeno un pezzo ha combattuto e anche è morto dalla parte giusta». A chi oggi si rifiuta di definirsi antifascista, lancia una sfida morale: «Tu preferivi che vincesse Hitler? Che vincessero quelli delle camere a gas? Dimmelo in faccia». Una retorica schietta, che smaschera ogni ambiguità e richiama al coraggio della coerenza.
Un antifascismo ancora necessario
Non è solo un ammonimento storico, ma una chiamata alla responsabilità presente. «Chi è al governo ha giurato sulla Costituzione antifascista, ma se fa così fatica a dirsi antifascista, allora è fascista». Barbero non fa sconti, menzionando l’esempio del presidente del Senato Ignazio La Russa e l’assurda idea che la Resistenza sia stata colonizzata da comunisti desiderosi di imporre una dittatura stalinista. A questa visione oppone i fatti: la Resistenza fu un fenomeno popolare e trasversale, che unì operai, nobili, cattolici, socialisti, poveri e ricchi.
La cultura come baluardo
Barbero evidenzia quanto l’educazione giochi un ruolo centrale. In alcune famiglie e territori, da generazioni si tramandano narrazioni tossiche che rivalutano il fascismo e delegittimano i partigiani. Se chi è cresciuto con queste distorsioni sale al governo, le conseguenze non sono solo simboliche ma reali, perché plasmano il dibattito pubblico e la coscienza nazionale. «Se oggi siamo ancora qui, divisi tra chi sta con i partigiani e chi coi fascisti, vuol dire che non è una questione del passato, ma dell’identità italiana».
Una mistificazione pericolosa
Infine, Barbero demolisce la retorica secondo cui l’antifascismo sarebbe stato colonizzato da estremismi: «Chi dice che i partigiani volevano una dittatura peggiore sta semplicemente cercando una scusa per non celebrare il 25 aprile». È una manipolazione storica, utile a chi vuole indebolire i valori fondanti della Repubblica.
Ora e sempre Resistenza, perché come ha dimostrato Barbero, il fascismo non è solo un capitolo chiuso del passato, ma un fantasma che continua a infestare la coscienza collettiva. E contro quel fantasma, la cultura, la memoria e il coraggio delle parole sono le nostre armi più potenti.
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