Otto anni fa, in una Londra fredda ma piena di speranza, scattai questa foto. Una bambina, seduta sulle spalle di suo padre, con il volto dipinto di blu, le stelle dorate dell’Europa sulle guance. Eravamo in due milioni quel giorno. Due milioni di persone che credevano, e credono ancora, che l’Europa sia un progetto di pace, di unità, di collaborazione fra popoli.
Quella bambina oggi è una giovane donna.
A lei, e a tanti come lei, è stato tolto qualcosa: diritti di studio, di lavoro, di movimento. È stata cresciuta in un mondo dove le paure hanno preso il posto della speranza. Dove le frontiere, che pensavamo di avere superato, sono tornate a dividere.
Mi chiedo spesso cosa abbia pensato, crescendo, di quella giornata. Se si ricorda l’orgoglio dipinto sul suo viso. Se prova ancora quella sensazione di appartenere a qualcosa di più grande, di bello, di umano.
Oggi, qui in Italia, si torna a marciare. Non per nostalgia, ma per necessità.
Perché ancora una volta la paura sta vincendo sulle idee. Ancora una volta chi alza muri sembra avere più voce di chi costruisce ponti.
Ma non possiamo restare fermi. Non adesso. Non dopo tutto quello che abbiamo imparato e vissuto.
Siamo europei.
Questo significa credere nella libertà, nella giustizia sociale, nella dignità umana. Significa sapere che i problemi di uno sono i problemi di tutti. Che non esiste un “io” senza un “noi”.
Abbiamo bisogno di tutti. E tutti hanno bisogno di noi.
Per questo stasera esponiamo la bandiera europea: nei balconi di casa, nelle piazze, sui social, nei cuori.
Facciamolo per noi stessi. Per i nostri figli. Per quella bambina che oggi è diventata donna. Perché non possiamo permetterci di lasciarci rubare l’Europa.
È la nostra casa. Il nostro futuro. La nostra pace.
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1 comment
[…] discorsi rabbiosi contro l’idea stessa di Europa. Eppure, per me, che da sempre ci credo, l’Europa è casa. L’Europa è il luogo in cui un norvegese, un danese, un portoghese o un irlandese possono essere […]