Michael J Sheehy, la musica che fa male e il ritorno di una voce necessaria

Torna dopo sei anni di silenzio Michael J Sheehy ed e’ subito una gioia.


Io ho un problema con la musica. Non nel senso che ne ascolto troppa, anche se probabilmente è vero. Non nel senso che ne parlo troppo, anche se chi mi conosce potrebbe avere qualcosa da obiettare. Il problema è più profondo, più antico, forse persino più imbarazzante: la mia gioia nell’ascoltare musica è spesso inversamente proporzionale al dolore che essa procura.

Sia chiaro, ascolto anche canzoni luminose, leggere, divertenti. Ho bisogno anch’io di ritornelli che aprono le finestre, di dischi che fanno venire voglia di camminare più veloce, di melodie che sembrano fatte per non pensare troppo. Ma poi, inevitabilmente, torno sempre lì: a quelle canzoni che hanno una ferita aperta dentro. A quei cantautori, a quelle band, a quelle voci che sembrano arrivare non da uno studio di registrazione, ma da una stanza in cui qualcuno ha appena perso qualcosa e non sa ancora come dirlo.

Più una canzone è dolorosa nei suoni, nei testi, nel modo in cui viene cantata, più sento un’attrazione quasi fisica. La musica mi fa sorridere, ma mi fa anche piangere. Mi fa premere il tasto repeat fino allo sfinimento, fino a quando non rimane più nulla da capire e resta soltanto quella specie di resa privata che ogni ascoltatore conosce bene: quando una canzone non la stai più ascoltando, ma le stai permettendo di abitarti.

Nel 1997 mi accadde con “If I Die, I Die” dei Dream City Film Club. Una band all’esordio, oscura, teatrale, spigolosa, impossibile da usare come semplice sottofondo. La ascoltai e caddi idealmente in ginocchio. Non era solo una canzone. Era un colpo. Una lama. Una porta spalancata su un mondo in cui il romanticismo non aveva nulla di educato e la disperazione non chiedeva permesso.

Il cantante si chiamava Michael J Sheehy. E faceva male.

La sua voce accompagnava melodie e testi troppo dark per non esercitare un fascino irresistibile. C’era qualcosa di profondamente londinese e insieme fuori dal tempo in quel modo di cantare: il pub chiuso troppo tardi, la stanza in affitto, il peccato cattolico, il blues, il gospel, Nick Cave dietro l’angolo, ma anche una forma di tenerezza che arrivava sempre quando meno te l’aspettavi. Ricordo che nel mio giro quasi nessuno sapeva chi fossero i Dream City Film Club. Anzi, se mi azzardavo a mettere un loro brano in casa, le richieste di cambiare musica arrivavano con una velocità sorprendente. C’era chi non capiva, chi non reggeva, chi semplicemente non voleva avere quel tipo di buio nel salotto.

Io invece sì.

Nel passaggio tra la mia vita isolana sarda e la mia vita isolana inglese, Sheehy decise di lasciare il gruppo, di cui ho custodito per bene il loro album migliore, e intraprendere la carriera solista. Nel 2000 uscì “Sweet Blue Gene”, il suo primo album a nome proprio, e per chi frequentava certe zone della musica britannica non fu un disco qualunque. Non parliamo naturalmente di un artista da stadi, non di qualcuno destinato a riempire Wembley o a diventare materia da playlist algoritmiche per tutti. Parliamo di un nome da culto, di quelli che passano di mano in mano, di stanza in stanza, di amico in amico. Uno di quegli artisti che non scopri perché l’industria te lo mette davanti, ma perché qualcuno decide che sei pronto per riceverlo.

Da quell’album “I Can’t Comfort You Anymore” resta ancora oggi una delle perle che inserisco nelle mie playlist quando voglio sorprendere qualcuno. Non per impressionare, ma per misurare una reazione. Alcune canzoni sono così: piccoli test emotivi. Ti dicono molto su chi ascolta. Ti dicono se quella persona è disposta a entrare in una stanza buia senza pretendere subito la luce.

Poi arrivarono altri dischi, altri passaggi, altre ferite. “Ill Gotten Gains”, “No Longer My Concern”, una traiettoria personale sempre più appartata, sempre meno accomodante. E poi, lentamente, il silenzio. O quasi. Sheehy continuò a esistere, a lavorare, a lasciare tracce, a muoversi tra progetti diversi, ma per molti ascoltatori diventò di nuovo un nome sotterraneo. Uno di quei musicisti che le nuove generazioni possono conoscere soltanto se hanno un padre, un amico, un fratello maggiore o un vecchio ossessionato come me disposto a dire: fermati, ascolta questo.

Nel 2020 tornò con “Distance Is the Soul of Beauty”. Il titolo, già da solo, sembrava un manifesto. La distanza come condizione della bellezza, come ferita, come protezione, come impossibilità. Era un disco uscito in un momento in cui il mondo intero stava imparando brutalmente cosa significasse la distanza. Eppure, almeno per me, non scattò del tutto la scintilla. Forse perché la pandemia aveva cambiato il modo di ascoltare. Forse perché ero cambiato io. Forse perché certe voci, per colpirci davvero, devono arrivare quando siamo pronti, non quando escono i dischi.

Poi, pochi giorni fa, la memoria si è riaccesa.

Copertina dell'album di Michael J. Sheehy e the hired mourners con un uomo in profilo, sfondo viola e il testo 'DON'T WE DESERVE SOME KIND OF LOVE?'

“Don’t We Deserve Some Kind of Love?” è il nuovo album di Michael J Sheehy, pubblicato con The Hired Mourners, e già dal titolo sembra porre una domanda che non riguarda soltanto lui. Non meritiamo anche noi una qualche forma d’amore? Non una salvezza spettacolare, non una redenzione da film americano, non il lieto fine con archi e tramonto. Una qualche forma d’amore. Anche imperfetta. Anche tardiva. Anche piccola. Anche trovata tra i resti.

È un titolo magnifico perché non promette nulla e chiede tutto.

Il disco arriva dopo anni di silenzio discografico e suona come un ritorno, ma non nel senso nostalgico del termine. Non è il ritorno di chi vuole dimostrare di essere ancora quello di prima. Per fortuna. Sheehy non è più quello di “If I Die, I Die”, e sarebbe ridicolo pretendere il contrario. La voce è cambiata, si è fatta più vissuta, più ruvida in certi punti, più fragile in altri. Ma il punto è proprio questo: non canta come un uomo che vuole inseguire il proprio fantasma giovanile. Canta come un uomo che ha attraversato abbastanza notti da sapere che la bellezza, quando arriva, non sempre consola. A volte si limita a sedersi accanto a noi.

Anche io ho i capelli bianchi. Anche io non riesco più a fare le stesse notti in bianco di trent’anni fa, con un libro in mano e un disco che gira fino all’alba. Anche io ho imparato che l’intensità non sempre coincide con il volume, e che certe canzoni oggi mi feriscono non perché gridano, ma perché sussurrano nel punto esatto.

“Don’t We Deserve Some Kind of Love?” è un album di ballate scure, di americana gotica, di folk notturno, di blues interiore. Non cerca l’effetto immediato. Non è un disco che entra sfondando la porta. Si avvicina lentamente, con un passo quasi confidenziale, e poi ti accorgi che alcune frasi, alcune linee melodiche, alcuni passaggi di voce sono rimasti lì anche dopo l’ascolto. Come una macchia sul vetro. Come una lettera non spedita.

L’apertura con “Like Blood on Snow” stabilisce subito il tono: non c’è decorazione inutile, non c’è compiacimento. C’è un senso cinematografico dello spazio, un modo di lasciare respirare la voce che rende ogni parola più pesante. “Full Moon, Empty Belly” ha il passo di una ballata da notte fonda, con quell’andatura sospesa tra country e confessione che Sheehy sa maneggiare senza cadere mai nella posa. “Don’t Put Yourself Beyond the Reach of Love” è forse uno dei momenti centrali del disco, perché contiene già nel titolo una forma di avvertimento morale: non metterti oltre la portata dell’amore. Non diventare così bravo a proteggerti da non essere più raggiungibile.

“You Better Take Everything” ha un’intensità più trattenuta, quasi da scena finale girata in una cucina alle tre del mattino. “Pure Deep Water” sembra muoversi in una zona più rarefatta, mentre “Only Drinking in My Dreams” porta dentro il disco il tema della dipendenza e della memoria del corpo, ma senza trasformarlo in slogan confessionale. Sheehy non sembra interessato a vendere dolore. Lo attraversa, lo osserva, lo canta con una dignità che impedisce alla sofferenza di diventare spettacolo.

“If I Had Known It Was the Last Time” è uno di quei titoli che da soli basterebbero a rovinare una giornata, nel senso migliore possibile. Tutti abbiamo qualcosa che avremmo guardato diversamente se avessimo saputo che era l’ultima volta. Un volto. Una strada. Una telefonata. Una porta che si chiude. “The Left Hand Don’t Need to Know” sposta il disco verso una dimensione più obliqua, mentre la title track riporta tutto alla domanda iniziale: non meritiamo anche noi una qualche forma d’amore?

La chiusura con “Tiny Blessings” è perfetta perché non cerca grandezza. Cerca misura. Dopo un disco costruito intorno alla mancanza, alla perdita, alla sobrietà, al perdono, alla difficoltà di restare umani, l’idea delle piccole benedizioni diventa quasi rivoluzionaria. Non la felicità come manifesto. Non l’amore come trionfo. Ma piccole cose che resistono. Piccoli gesti. Piccoli ripari. Piccole luci.

La forza di Sheehy, oggi, sta proprio nel non voler sembrare giovane, moderno, aggiornato. Non è un artista che ha bisogno di inseguire il presente. È il presente, semmai, che avrebbe bisogno ogni tanto di fermarsi davanti a dischi come questo. Perché in un’epoca in cui molte canzoni sembrano progettate per durare quindici secondi su uno schermo verticale, “Don’t We Deserve Some Kind of Love?” chiede una cosa quasi scandalosa: tempo. Attenzione. Disponibilità emotiva.

Non è un disco per tutti, e forse questa è una buona notizia. Ci sono album che funzionano perché uniscono milioni di persone nello stesso ritornello. E poi ci sono album che sembrano scritti per stanze più piccole, per ascoltatori più ostinati, per chi continua a credere che la musica possa ancora essere un incontro privato e non soltanto un contenuto.

Io volevo scrivere una recensione del nuovo disco di Michael J Sheehy e ho finito per raccontare me stesso. Ma forse è inevitabile. Alcuni artisti non entrano nella nostra vita come semplice materia culturale. Entrano come una temperatura emotiva. Come un modo di percepire il mondo. Sheehy, per me, appartiene a quella famiglia di voci che mi hanno insegnato a non avere paura delle canzoni che fanno male: Nick Drake, Nick Cave, David Sylvian, Thom Yorke, e pochi altri. Gente che non consola nel senso banale del termine, ma ti fa sentire meno solo dentro la tua inquietudine.

Sono passati quasi trent’anni da quando “If I Die, I Die” è entrata nella mia anima con la grazia feroce delle cose destinate a restare. Trent’anni in cui sono cambiati i luoghi, le città, le case, le notti, le persone, persino il mio modo di ascoltare. Ma alcune voci continuano a tornare. Non chiedono permesso. Bussano piano. E quando apri, scopri che non erano mai andate via davvero.

Michael J Sheehy è nato a Kentish Town, nel nord di Londra, dentro una storia familiare irlandese, cattolica, operaia. Forse anche per questo la sua musica conserva quella miscela di colpa, tenerezza, strada, spiritualità e disincanto che appartiene a certi grandi narratori delle periferie emotive. Non è mai stato un artista comodo. Non lo è nemmeno oggi. Ma “Don’t We Deserve Some Kind of Love?” dimostra che certe voci non invecchiano: si scavano.

E quando tornano, se siamo ancora capaci di ascoltare davvero, ci ricordano una cosa semplice e terribile: forse sì, nonostante tutto, meritiamo ancora una qualche forma d’amore.

Per ascoltare tutto l’album provate qui.



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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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