Intervista a Daniela Di Benedetto

Lei  è  una  donna  di  città,  come  mai  nelle  sue  opere  ricorre  spesso  la  tematica  dell’attaccamento  alla  campagna?

  Abito  in  città  ma  non  per  mia  scelta.  Ho  la  campagna  nel  sangue,  mio  nonno  materno  possedeva  sette  ettari  di  terra  nella  Conca  d’Oro  e  li  vendette  alla  famiglia  Florio  nel  1945  ritrovandosi,  dopo  la  svalutazione,  con  un  pugno  di  mosche.  Mia  madre,  cresciuta nella  fattoria,  rimpiangeva  sempre  quei  tempi  e  durante  tutta  la  mia  infanzia  mi  portava ogni  domenica  a  trovare  parenti  in  campagna.  Là  gli  uomini  giocavano  a  scopone  mentre  le  donne  ciarlavano  e  io  giocavo  a  calcio  coi  miei  cugini;  poi  la  sera  ci  chiudevamo  in  un’auto  e  io  raccontavo  ai  coetanei  le  storie  da  me  inventate,  mentre  le  cicale  frinivano…  Sono  ricordi  meravigliosi.  Ma  anche  mio  padre  amava  la  terra  e  nel  1981  riuscì  a  comprare  una  villetta  dove  io  trascorsi  le  mie  estati  per 22  anni.

 Che  cosa  offre  la  vita  in  campagna,  che  la  città  non  può  dare?

Anzitutto  un  benefico  silenzio.  In  città  le  case  degli  anni  Settanta  sono  mal  costruite  e  si  sente  tutto  quello  che  fanno  i  vicini,  ho  dovuto  insonorizzare  due  stanze.  E  poi  il  contatto  con  la  natura  è  rigenerante,  essere  svegliati dagli  uccellini ci  fa  sentire  in  pace  col  mondo.   Il  cibo  è  genuino; quando  potevo  trascorrere  le  vacanze al  villino  compravo  le  uova   di  galline  che  correvano  libere  sotto  i miei  occhi,  e le  verdure  da  un  tizio  che  tagliava  il  gambo  della  zucchina   nell’orto dopo  avermi  fatto  scegliere  quella  che  preferivo. Altro  che  inquinamento!

 La  solitudine  è  una  scelta  o  una  necessità?

E’  una  scelta  che  al  sud  viene  fatta  da  un  numero  crescente  di  persone. Con  tutti  i  palermitani  che  si  sono  trasferiti  nelle  campagne  circostanti,  l’autostrada  è  diventata  affollata  e  quasi  impraticabile,  danneggiando  me  che   vado  pochissimo  nella  mia  villetta  perché  odio  i  lunghi  viaggi  in  auto. Se  avessi  la  salute  necessaria  per  sopportare  continui  spostamenti,  mi  trasferirei  anch’io,  per  sempre.

Quanto  il  contatto  con  la  natura  influisce  sul  suo  modo  di  scrivere?

  Influisce  molto. Antonio,  protagonista  de  “  L’ultimo  degli  Altavilla”,  vive  in  funzione  della  sua  terra,  mentre  Teodoro  (  da  La  distruzione  dei  sogni)  è  un  industriale  che  sente  di  essere  nato  per  un’altra  vita  e  desidera  la  campagna  di  sua  zia. Nel  libro  “Tre  gesti  di  ordinaria  follia”  troviamo  una  ragazzina  sordomuta  che  dopo  essere  stata  adottata  cerca disperatamente  di  far  capire  che  rivuole  la  campagna  cui  è  stata  strappata,  mentre  il  divo del  cinema  Angelo  è  costretto  dal  suo  mestiere  a  viaggiare  sempre  ma  preferirebbe  restare  nella  fattoria  in  cui  è nato.  Tutti  questi  personaggi  sono  i  miei  alter  ego,  esprimono  il  mio  amore  inconscio  per  una  realtà  alternativa.

E’  più  facile  ascoltarsi  davvero  quando  si vive  lontano  dal  rumore  delle  città?

Per  me  sì,  quando  vado  in  campagna  mi  ricarico  e  la  mia  salute  migliora. Ma  a  tutti  gli  altri  auguro  di  riscoprire  le  loro  radici,  perché  l’essere  umano  non  è  stato  creato  per  stare  nel  cemento. Durante  la  seconda  guerra  mondiale  mio  nonno  sopravvisse  senza  problemi  perché  la  sua  fattoria  produceva  frutta,  verdura,  polli,  uova  ecc. Ciò  ci  invita 

a  riflettere  sul  fatto  che solo  la  terra  può  nutrirci,  non  la  città.

In qualcuno dei suoi romanzi la campagna, più che avere la funzione di ambientazione, è la protagonista?

Direi di sì. Antonio ( L’ultimo degli Altavilla) e Teodoro (La distruzione dei sogni) hanno più di una cosa in comune: vengono manipolati facilmente, non soltanto in virtù dell’amore che provano verso una persona, ma anche per il loro punto debole, l’amore per la campagna, che diventa la piaga in cui il nemico affonda il coltello. Di più non posso raccontare.


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