Lei è una donna di città, come mai nelle sue opere ricorre spesso la tematica dell’attaccamento alla campagna?
Abito in città ma non per mia scelta. Ho la campagna nel sangue, mio nonno materno possedeva sette ettari di terra nella Conca d’Oro e li vendette alla famiglia Florio nel 1945 ritrovandosi, dopo la svalutazione, con un pugno di mosche. Mia madre, cresciuta nella fattoria, rimpiangeva sempre quei tempi e durante tutta la mia infanzia mi portava ogni domenica a trovare parenti in campagna. Là gli uomini giocavano a scopone mentre le donne ciarlavano e io giocavo a calcio coi miei cugini; poi la sera ci chiudevamo in un’auto e io raccontavo ai coetanei le storie da me inventate, mentre le cicale frinivano… Sono ricordi meravigliosi. Ma anche mio padre amava la terra e nel 1981 riuscì a comprare una villetta dove io trascorsi le mie estati per 22 anni.
Che cosa offre la vita in campagna, che la città non può dare?
Anzitutto un benefico silenzio. In città le case degli anni Settanta sono mal costruite e si sente tutto quello che fanno i vicini, ho dovuto insonorizzare due stanze. E poi il contatto con la natura è rigenerante, essere svegliati dagli uccellini ci fa sentire in pace col mondo. Il cibo è genuino; quando potevo trascorrere le vacanze al villino compravo le uova di galline che correvano libere sotto i miei occhi, e le verdure da un tizio che tagliava il gambo della zucchina nell’orto dopo avermi fatto scegliere quella che preferivo. Altro che inquinamento!
La solitudine è una scelta o una necessità?
E’ una scelta che al sud viene fatta da un numero crescente di persone. Con tutti i palermitani che si sono trasferiti nelle campagne circostanti, l’autostrada è diventata affollata e quasi impraticabile, danneggiando me che vado pochissimo nella mia villetta perché odio i lunghi viaggi in auto. Se avessi la salute necessaria per sopportare continui spostamenti, mi trasferirei anch’io, per sempre.
Quanto il contatto con la natura influisce sul suo modo di scrivere?
Influisce molto. Antonio, protagonista de “ L’ultimo degli Altavilla”, vive in funzione della sua terra, mentre Teodoro ( da La distruzione dei sogni) è un industriale che sente di essere nato per un’altra vita e desidera la campagna di sua zia. Nel libro “Tre gesti di ordinaria follia” troviamo una ragazzina sordomuta che dopo essere stata adottata cerca disperatamente di far capire che rivuole la campagna cui è stata strappata, mentre il divo del cinema Angelo è costretto dal suo mestiere a viaggiare sempre ma preferirebbe restare nella fattoria in cui è nato. Tutti questi personaggi sono i miei alter ego, esprimono il mio amore inconscio per una realtà alternativa.
E’ più facile ascoltarsi davvero quando si vive lontano dal rumore delle città?
Per me sì, quando vado in campagna mi ricarico e la mia salute migliora. Ma a tutti gli altri auguro di riscoprire le loro radici, perché l’essere umano non è stato creato per stare nel cemento. Durante la seconda guerra mondiale mio nonno sopravvisse senza problemi perché la sua fattoria produceva frutta, verdura, polli, uova ecc. Ciò ci invita
a riflettere sul fatto che solo la terra può nutrirci, non la città.
In qualcuno dei suoi romanzi la campagna, più che avere la funzione di ambientazione, è la protagonista?
Direi di sì. Antonio ( L’ultimo degli Altavilla) e Teodoro (La distruzione dei sogni) hanno più di una cosa in comune: vengono manipolati facilmente, non soltanto in virtù dell’amore che provano verso una persona, ma anche per il loro punto debole, l’amore per la campagna, che diventa la piaga in cui il nemico affonda il coltello. Di più non posso raccontare.
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