Moltissime sono le donne che riempiranno le piazze delle nostre città il prossimo 8 marzo: vedere le strade piene di colori e rumore è un piacere anche se il motivo per cui tanta gente si muove è l’infinita tragedia dei nostri tempi: il femminicidio.
All’indomani del femminicidio di Giulia Cecchettin, si sperava che la Giornata delle Donne di questo prossimo 8 marzo avesse assunto un significato come di uno spartiacque, di una celebrazione di un nuovo modo di vedere il rapporto uomo-donna, ed invece ci arriviamo ancora con mesi più crudeli, violenti e tristi verso le donne, di come eravamo alla morte della povera Giulia.
Credo che “fare rumore” sia ancora necessario per sensibilizzare una chiamata alla classe politica ai suoi doveri, ma fare rumore non è spingere la gente alla risposta violenta, a slogan volgari e offensivi come quelli visti lo scorso 8 marzo nelle vie della mia città. Non deve essere un giorno “politico”, deve essere un giorno “sociale”, perché purtroppo la violenza maschile verso le donne non conosce né nord né sud, non conosce destra e sinistra e non conosce italiano o straniero, conosce solo uomini che non accettano le decisioni di una donna, ma che se prendono loro (gli uomini) la decisione di interrompere una relazione, allora tutto va bene.
Quello che sorprende è che questi omicidi, questa violenza è legata sempre alla reazione di un abbandono e questo è il fatto che lascia basiti, che nel 2024 ancora ci sia gente che davanti ad un abbandono, qualunque esso sia (un nuovo amante, una voglia di stare soli oppure la mancanza totale di essere più innamorati), non sia accettato. Le donne vengono abbandonate con regolarità, ma se un uomo è abbandonato è spesso legato ad una reazione drammatica, ad una voglia di vendetta che non si spiega bene perché.
Forse l’uomo non sa vivere da solo? Forse l’uomo è meno forte psicologicamente di quanto dice? Non ho nessuna intenzione di dare spiegazioni certe, non ho le capacità specifiche, non sono uno psicologo, esprimo solo le mie sensazioni.
Di certo è un male culturale antico, che non ha giustificazioni serie, probabilmente sono religiose, conseguentemente politiche, ma che sarebbe insensato condizionare uno sdegno giornaliero alle continue notizie che leggiamo sui giornali, allo scendere in piazza per urlare insulti senza senso, specie contro gli uomini, perché io sono consapevole che gli uomini sono i responsabili maggiori (gli unici responsabili) di questo schifo continuo, ma è anche vero che ci sono uomini che si vergognano di tutto questo e che vogliono manifestare, fare rumore e chiedono ai Governi leggi severe e un’educazione adeguata alle nuove generazioni affinché il tutto si riduca a numeri irrisori.
Tornare a scendere in piazza produce dei risultati se gli obiettivi sono chiari e condivisi, tanto che questa volta tutte le forze politiche hanno votato in Parlamento per l’inasprimento delle pene del codice rosso. Una legge è sì uno strumento importante, ma il femminicidio ha le sue profonde radici nel passato remoto dell’umana società e solo con un cambiamento di mentalità si può sperare in un futuro migliore.
Le donne, divenute soggetti attivi e riconosciuti, possono fare molto per andare oltre la logica della punizione perché prevenire è possibile e si può uscire dall’incubo di quella violenza e della solitudine che produce nelle vittime schiacciate dentro casa, in auto o nel buio di una notte.
La punizione è l’ultima cosa che mi interessa, perché è chiaro che le punizioni non fermano per nulla i femminicidi; è come la pena di morte negli Stati Uniti, non ha mai fermato o rallentato le violenze, gli omicidi. Quello che serve è sempre e solo l’educazione.
Una marea rumorosa ha accompagnato i cortei organizzati in Italia per dire basta ai femminicidi durante l’inverno. “Contro il patriarcato e contro la violenza degli uomini sulle donne”. È servito? Sì, per sensibilizzare, forse qualche vita si è salvata, ma intanto ogni giorno le violenze ci sono, e non solo quelle che finiscono con il sangue. Ci sono violenze silenziose, violenze psicologiche e violenze fisiche. Tutti i giorni, nei condomini dove viviamo, nelle strade che attraversiamo.
Tanti sono gli striscioni presenti nelle scorse manifestazioni, in testa a molti cortei la scritta “Se domani tocca a me brucia tutto“, ispirata alla poesia dell’attivista peruviana Cristina Torre Cáceres. Uno slogan contro il patriarcato, la ‘mascolinità tossica’ e, ovviamente, i femminicidi. E poi la canzone “Fai Rumore”, che è emblematica nel messaggio di ribellione che assume in questo contesto.
A questo punto, dopo queste notizie continue e infinite, di violenza e abusi, di omicidi, prepariamoci sul serio a scendere nuovamente in piazza, perché l’8 marzo era solo una festa, ora sta diventando un grido di disperazione e a quegli uomini che dopo un omicidio si suicidano, non fatelo, non fate pena a nessuno, credetemi.
Manuale Creativo per Fotografi Ribelli
40 idee per riscattare il tuo sguardo fotografico. Un libro di Massimo Usai per chi vuole guardare il mondo con occhi nuovi.
Acquista su Amazon In qualità di Affiliato Amazon ricevo un guadagno dagli acquisti idonei.Scopri di più da
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


1 comment
[…] Per approfondire la mia opinione sul tema dell’8 marzo e sulla necessità di unità e collaborazione, vi invito a leggere il mio articolo qui […]