Disabilità in Sardegna: il III Rapporto IERFOP fotografa una fragilità strutturale destinata a crescere

A Sassari il confronto promosso da IERFOP. Roberto Pili: “Serve un sistema capace di trasformare i dati in programmazione reale”

SASSARI — La disabilità in Sardegna non rappresenta più un ambito marginale delle politiche sociali, ma una delle questioni strutturali che accompagneranno il futuro demografico, sanitario ed economico dell’isola. È questa la linea emersa durante la presentazione del III Rapporto sulla Disabilità in Sardegna, organizzata da IERFOP presso la Fondazione di Sardegna.

Il documento, sostenuto dalla Fondazione di Sardegna e curato scientificamente da Chain Factory, spin-off dell’Università di Cagliari coordinato dal professor Alessandro Spano, propone un’analisi aggiornata delle limitazioni funzionali gravi nell’isola, collegando il tema della disabilità a variabili economiche, territoriali, anagrafiche e occupazionali.

Nel corso dell’incontro, Roberto Pili ha insistito soprattutto su un aspetto: la necessità di superare definitivamente una lettura esclusivamente sanitaria della disabilità.

“Oggi la partecipazione sociale dipende in larga parte dalla qualità dell’ambiente in cui vive la persona”, ha spiegato. Un riferimento diretto al progressivo passaggio dal modello assistenziale a quello basato sul diritto al progetto di vita, principio ormai centrale anche nella nuova impostazione normativa nazionale.

Sardegna sopra la media nazionale

Il dato che ha attirato maggiore attenzione riguarda l’incidenza delle limitazioni funzionali gravi. In Sardegna il valore raggiunge il 7,7%, contro una media italiana del 5%.

Tradotto in termini assoluti, significa che oltre 120 mila persone convivono nell’isola con forme di limitazione grave.

Nel Rapporto questo elemento viene letto insieme ad altri indicatori che mostrano una vulnerabilità regionale superiore rispetto ad altre aree del Paese. Tra questi, il progressivo invecchiamento della popolazione, la debolezza dei servizi territoriali e la forte esposizione di molte aree interne a fenomeni di isolamento sociale.

La situazione cambia sensibilmente anche in base all’età. Tra gli over 75 sardi, l’incidenza delle limitazioni funzionali gravi sale al 27,3%.

Il dato assume un peso particolare in una regione dove l’invecchiamento demografico procede più rapidamente rispetto a molte altre aree italiane e dove la distribuzione dei servizi sociosanitari continua a mostrare forti squilibri territoriali.

Secondo Pili, il rischio è quello di una crescita progressiva della domanda assistenziale senza un adeguato rafforzamento della medicina territoriale e della presa in carico di prossimità.

Il nodo economico

Uno dei capitoli più delicati del Rapporto riguarda la vulnerabilità economica.

Tra le persone con limitazioni gravi residenti in Sardegna, il 42,1% risulta esposto al rischio di povertà o esclusione sociale. La percentuale scende al 25,9% tra chi non presenta limitazioni.

A livello nazionale il divario esiste, ma con valori inferiori.

Nel corso dell’intervento è stato sottolineato come il disagio economico non possa essere separato dalla condizione di disabilità, soprattutto in contesti territoriali caratterizzati da bassa intensità occupazionale e ridotta accessibilità ai servizi.

Il Rapporto individua inoltre una forte differenza di genere. In Sardegna le donne registrano un’incidenza di limitazioni gravi pari all’8,6%, uno dei valori più elevati nel panorama nazionale.

La questione femminile viene letta all’interno di un quadro più ampio che comprende carichi familiari, fragilità economiche e minore protezione sociale.

Lavoro: il divario resta ampio

Sul fronte occupazionale il quadro resta critico.

Il tasso di occupazione delle persone con limitazioni gravi in Sardegna si ferma all’8,6%, molto distante dal 16,9% registrato nelle regioni del Nord Italia.

Secondo quanto emerso durante il convegno, il problema non riguarda soltanto l’accesso al lavoro, ma anche la qualità dei percorsi di inserimento e la capacità delle imprese di integrare competenze differenti.

Pili ha richiamato più volte il tema dell’inclusione lavorativa come fattore di sostenibilità sociale ed economica, soprattutto in una fase storica segnata dall’invecchiamento della popolazione attiva.

Nel Rapporto vengono riportate anche esperienze aziendali che evidenziano effetti positivi dell’inserimento di lavoratori con disabilità sul clima interno e sull’organizzazione del lavoro.

Il ruolo della scuola

Una sezione importante dell’analisi riguarda il sistema scolastico regionale.

In Sardegna gli studenti con disabilità sono circa 8 mila. Il Rapporto evidenzia però criticità persistenti legate alla continuità didattica e alla stabilità del sostegno.

Una parte significativa dei docenti opera infatti senza specializzazione specifica o in condizioni di forte precarietà.

Secondo i dati presentati, oltre la metà degli studenti cambia insegnante di sostegno nel corso del percorso scolastico.

Per IERFOP questo elemento rappresenta uno dei principali fattori di indebolimento dei percorsi educativi inclusivi, soprattutto nei casi di disabilità intellettiva e nei passaggi tra diversi cicli scolastici.

Nel corso dell’incontro è stata ribadita la necessità di rafforzare il raccordo tra scuola, sanità e servizi sociali, superando la frammentazione degli interventi.

IERFOP e la dimensione europea

Parte dell’intervento di Roberto Pili è stata dedicata anche all’attività internazionale di IERFOP, oggi impegnato in numerosi programmi europei su formazione, accessibilità e inclusione lavorativa.

Tra i progetti citati figurano iniziative dedicate alle tecnologie assistive, al lavoro da remoto, alla lingua dei segni, alla mobilità europea e alla formazione professionale per persone con disabilità sensoriali o motorie.

Secondo Pili, il collegamento con le reti europee consente di trasferire modelli sperimentali e strumenti operativi nei territori, mettendo in relazione scuola, formazione e occupazione.

IERFOP partecipa inoltre sia all’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità sia all’European Disability Forum.

La questione territoriale

Uno dei temi trasversali emersi durante il convegno riguarda il rapporto tra disabilità e aree interne.

Nel Rapporto si evidenzia come l’isolamento geografico continui a incidere pesantemente sulla qualità della vita delle famiglie e dei caregiver, soprattutto nei piccoli comuni.

La carenza di servizi di prossimità, la difficoltà negli spostamenti e la ridotta accessibilità ai percorsi sanitari e riabilitativi producono spesso condizioni di forte isolamento sociale.

Per questo il documento insiste sul rafforzamento delle reti territoriali e sulla necessità di programmare servizi integrati capaci di ridurre le disuguaglianze tra centri urbani e territori periferici.

Dal dato alla programmazione

Nelle conclusioni, Roberto Pili ha definito il Rapporto “uno strumento operativo” più che un semplice documento statistico.

L’obiettivo dichiarato è accompagnare l’attuazione della Legge 62, che introduce un’impostazione centrata sul progetto di vita e sull’inclusione.

Secondo quanto emerso durante l’incontro, le priorità individuate riguardano:
rafforzamento della medicina territoriale, prevenzione nella fascia 55-74 anni, integrazione tra servizi sanitari e sociali, continuità scolastica, inclusione lavorativa e interventi specifici sulla vulnerabilità femminile.

Il punto centrale, più volte richiamato durante il convegno, riguarda la capacità delle istituzioni di utilizzare i dati per costruire programmazione stabile e non interventi emergenziali.

Perché, come è stato ribadito più volte nel corso della giornata, la crescita della fragilità sociale non rappresenta una prospettiva futura. In Sardegna è già una realtà misurabile.



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