Il bruco che vive in tasca — o di come una fiaba può cambiare lo sguardo. Brucamilla raccontata per voi

di Elena Lombardi— Urban Mood Magazine, 25 aprile 2026

C’è qualcosa di preciso nel modo in cui certi libri ti raggiungono. Non è la copertina, non è il formato, non è nemmeno il nome dell’autore — è il momento. Quando ho incontrato Brucamilla di Roberto Pili, stavo pensando a una cosa che sento spesso ripetere nel mondo dell’editoria e della cultura: che i libri per bambini siano, in fondo, libri minori. Opere di passaggio, strumenti utili al più per insegnare l’alfabeto o addormentare i piccoli prima di cena.

Brucamilla smonta questa convinzione con una semplicità disarmante.

Una fiaba che ha il coraggio di essere seria

Roberto Pili — medico, ricercatore, autore che molti lettori di questa rivista già conoscono per il suo lavoro sulla longevità e sulla dieta mediterranea — ha fatto una cosa insolita: ha preso tutti i temi che studia da anni (la cura dell’altro, l’autonomia, il valore del fragile, l’inclusione) e li ha distillati in una storia per bambini. Ma non per sembrare accessibile. Per essere preciso.

Brucamilla racconta Camilla, una bambina che nasconde in bocca un piccolo bruco trovato in una mela. Un gesto che somiglia alla disobbedienza, ma che in realtà è qualcosa di più raro: una scelta. La scelta di prendersi cura di una vita minuscola, fragile, che nessun adulto si sarebbe degnato di notare.

«Ogni essere porta in sé una forma che deve poter emergere.»

È la frase che apre la riflessione di Pili, pubblicata su Lonegvitimes, e che risuona lungo tutto il racconto. Non la si dimentica facilmente.

La cura come atto fondativo

Quello che colpisce di Brucamilla — leggendo sia la fiaba che la nota d’autore che la accompagna su LongeviTimes — è la chiarezza con cui Pili affronta un tema che la letteratura per l’infanzia solitamente lascia implicito: la cura non è un dovere. È una disposizione. È uno sguardo che decide di fermarsi su ciò che gli altri trascurano.

Camilla non aiuta il bruco perché qualcuno glielo chiede. Lo fa perché riconosce in lui una fragilità che la interpella. E in questo gesto — così piccolo, così quotidiano — si compie qualcosa di straordinario: la bambina inizia a costruire se stessa attraverso la relazione con l’altro.

C’è una cosa che ho imparato, nel tempo, a riconoscere nei libri davvero necessari: la capacità di dire cose complesse senza sembrare complessi. Brucamilla ce l’ha. Parla di regolazione emotiva, di tolleranza dell’incertezza, di separazione affettiva — e lo fa senza usare nessuna di queste parole. Lo fa con un bruco, con un segreto, con una farfalla che vola via.

Lasciare andare

Il momento più alto della storia è proprio quello che, di solito, le fiabe evitano: il congedo. Quando la farfalla emerge dalla sua trasformazione, Camilla deve lasciarla andare. Non perché deve. Ma perché ha capito — attraverso l’esperienza, non attraverso una lezione — che amare significa anche rinunciare al possesso.

È un passaggio che colpisce, perché va controcorrente rispetto a certa narrativa contemporanea che confonde la cura con il controllo, l’amore con l’appartenenza. Pili invece insiste su una distinzione che ha radici profonde, tanto in etica quanto in psicologia: la cura autentica non trattiene. Libera.

La fiaba insegna che esistono processi che non possono essere accelerati. Che la crescita richiede tempo. Che la trasformazione è un evento lento e invisibile.

Un libro che si può toccare

Non si può parlare di Brucamilla senza parlare del progetto editoriale che la sorregge. Il libro è stato concepito come un’esperienza multisensoriale: testo in chiaro, testo in Braille, illustrazioni tattili, supporti in Lingua dei Segni, musica e canto. Non è una versione adattata per chi ha disabilità — è un libro progettato fin dall’inizio per essere accessibile a tutti.

Questa distinzione non è semantica. È filosofica. Dire che un’opera culturale nasce inclusiva è dire che nessun lettore è pensato come eccezione, come caso limite da accomodare dopo il fatto. Bambini con e senza disabilità possono incontrarsi nello stesso spazio narrativo, condividere la stessa storia, sentirsi parte della stessa comunità che cresce.

In un Paese in cui si stimano oltre 350.000 alunni con disabilità nel sistema scolastico, e in cui l’accessibilità culturale è ancora troppo spesso trattata come optional, Brucamilla è anche una presa di posizione. Silenziosa, gentile — ma inequivocabile.

Perché ne scriviamo su Urban Mood Magazine

Urban Mood Magazine si occupa di cultura, stile di vita, musica, paesaggi urbani. Non recensisce normalmente libri per bambini. Eppure Brucamilla ci riguarda — ci riguarda come lettori adulti, come persone che vivono in città sempre più complesse, in una contemporaneità che ha bisogno di reimparare cose che sapeva fare e ha dimenticato: attendere, osservare, prendersi cura, lasciare andare.

Roberto Pili non è solo un ricercatore che ha scritto una fiaba. È qualcuno che ha usato la forma più antica della narrazione per portare dentro di essa tutta la complessità del suo pensiero. E il risultato è un libro che non si classifica facilmente — che vive in una zona di frontiera tra letteratura, pedagogia, scienza della cura e arte inclusiva.

Quella zona di frontiera è esattamente il territorio che ci interessa.

Brucamilla di Roberto Pili è disponibile su LongeviTimes:

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