“Vizita”, un viaggio tra angeli e uomini alla ricerca di un’umanità perduta

Una presenza inattesa si libra nei cieli di un paese profondamente segnato dalla guerra. Non si conosce la ragione di questo arrivo, né il momento preciso in cui l’angelo – perché di un angelo si tratta – sceglie di scendere tra gli uomini. L’unica certezza è lo smarrimento di un’intera comunità di fronte all’alterità di un essere che sembra incarnare sia il sublime sia l’inquietante.

Prodotto da Teatro Migjeni e Sardegna Teatro, con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di Tirana, “Vizita” è uno spettacolo scritto e diretto da Davide Iodice, che ha trionfato al Festival del Teatro Albanese “Moisiu”, aggiudicandosi i riconoscimenti per Miglior SpettacoloMigliore Musica e Migliore Scenografia, oltre a ottenere il Premio della stampa “Oslobodenje” al Festival di Sarajevo.

L’opera trae ispirazione liberamente da La Visita Meravigliosa di Herbert George Wells, testo in cui l’autore inglese affrontava, con taglio satirico, il perbenismo e il conformismo della società vittoriana. Nel lavoro di Iodice, invece, l’obiettivo si sposta su un piano decisamente contemporaneo: la critica sottende ai nostri meccanismi di rifiuto verso lo “straniero”, chiunque sia diverso dal contesto sociale o culturale dominante. Non importa se ad arrivare sia un migrante o, come in questo caso, un essere soprannaturale: se non ti riconosco, diventi un pericolo.

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La scena si apre con la figura del matto del paese, interpretato da Nikolin Ferketa, il solo a osservare l’angelo stagliarsi all’orizzonte. Questo stravagante testimone è anche l’ultimo a voler dimenticare l’evento straordinario: un richiamo alla purezza di chi, almeno all’inizio, non possiede pregiudizi sufficienti per macchiare l’incanto della visione. Di ben altra pasta è il prete (interpretato da Pjerin Vlashi), simbolo di una comunità intimorita e incapace di comprendere l’ignoto. Nel panico, imbraccia un’arma e spara a colui che, d’un tratto, ha fatto irruzione nel suo mondo con ali e candore.

Il colpo va a segno, e l’angelo – impersonato da Fritz Selmani – si ritrova ferito, costretto a cercare riparo proprio presso il sacerdote, trascinato da uno strano intreccio di colpa, vergogna e senso del dovere. Così, paradossalmente, colui che ha strappato la purezza dell’angelo è anche chiamato a offrirgli cure e ospitalità. Nel susseguirsi delle scene, lo spettacolo diventa il racconto di una convivenza difficile: in paese monta l’ostilità verso questa creatura misteriosa, i cui silenzi e i cui occhi incantati mettono a nudo l’umanità precaria e rabbiosa che le ruota attorno.

Attorno ai due protagonisti, si muove un coro di personaggi altrettanto emblematici: la madre/narratrice di Raimonda Markja, la governante/narratrice di Rita Gjeka Kacarosi, la dolce Delia di Julinda Emiri, il dottore interpretato da Jozef Shiroka, la signora di Merita Smaja e tanti altri membri del paese, tra cui il militare/narratore di Alexander Prenga e il contadino/Signor Doda di Vladimir Doda. Ognuno di loro incarna un frammento di diffidenza, curiosità o paura. La regia di Iodice riesce a rendere corale questa narrazione, combinando i ruoli attraverso un gioco di voci e di sguardi che costruisce progressivamente il conflitto centrale: come può un angelo, simbolo di purezza e diversità, sopravvivere in un ambiente in cui regna il sospetto?

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In questo contesto, la musica acquisisce un valore salvifico. L’angelo, infatti, trova conforto solamente tra le note di un violino, strumento di cui è un sublime esecutore. Qui la partitura originale composta da Lino Cannavacciuolo disegna un paesaggio sonoro capace di restituire la meraviglia e il pathos della vicenda. Il suono del violino diviene quasi una lingua universale, la sola in grado di comunicare là dove le parole – intrise di giudizi, timori e ostilità – smettono di funzionare.

La scenografia e i costumi di Divni Gushta, uniti alle luci di Loïc François Hamelin, regalano allo spazio un carattere sospeso tra reale e onirico. Nel riflesso delle macerie di un villaggio piegato dal conflitto, prendono forma scorci di poesia visiva: i fasci di luce disegnano le ombre dei personaggi, mentre i toni dei costumi richiamano la dualità tra la terra arida della guerra e la dimensione eterea a cui l’angelo appartiene. L’adattamento di Fabio Pisano, tradotto da Zija Vuka, mantiene al centro la domanda essenziale: cosa accade quando la diversità bussa alle porte di una collettività?

Per Iodice, la risposta non è un monito astratto, ma un invito a guardare dentro la nostra percezione dello “straniero” per comprendere in che modo siamo disposti (o meno) ad accoglierlo. Il prete che prima spara e poi soccorre è, a suo modo, un paradigma: siamo tutti un po’ vittime dei nostri pregiudizi, e al contempo animati dal desiderio di riparare l’errore. Eppure, la società intorno a lui, specchio di tante realtà odierne, sembra incapace di riconoscere la grazia di un essere che si esprime in modi diversi dal nostro.

“Vizita” ha dunque il merito di coniugare un linguaggio teatrale denso di simboli con tematiche di scottante attualità. L’emarginazione dello straniero, la difficoltà di comprensione reciproca, la necessità del contatto umano: tutto questo emerge tra le fila di uno spettacolo che non è pura rappresentazione, ma diventa anche riflessione etica e sociale. La coralità del cast, la cura registica e l’intreccio di musica, parola e gesto contribuiscono a creare un’esperienza totalizzante, in cui lo spettatore si confronta con le proprie incertezze e paure.

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Per scoprire date e orari di “Vizita” al Teatro Fontana, è possibile consultare il link https://teatrofontana.it/evento/vizita/. Non si tratta di un semplice spettacolo, ma di un’occasione per interrogarsi sulla nostra capacità di accogliere l’inaspettato, di sentire il peso di chi arriva da un altrove sconosciuto e di domandarci, con onestà, se nel nostro animo c’è davvero spazio per l’altro. E forse, proprio attraverso la musica e l’arte, potremmo ritrovare il coraggio di aprire le braccia, anziché impugnare un fucile.


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