Siamo ciò che scegliamo d’essere ed io scelgo la gentilezza. E il referendum per una cittadinanza più giusta mi viene incontro.

Alcuni anni fa, mentre vivevo felicemente in Inghilterra, ricevetti una chiamata da due amici in vacanza in Italia. Si trovavano in un piccolo albergo nel cuore della Puglia, confusi di fronte a delle istruzioni scritte solo in italiano. Mi chiesero aiuto: all’epoca, Google traduceva tutto in modo grottesco e, alla reception, l’inglese sembrava più una parodia che una lingua reale. Erano un sudafricano e una peruviana che chiamavano me, un italiano a Londra, per decifrare le istruzioni per la colazione.

In quel momento ho sorriso: era la dimostrazione vivente che il mondo, ormai, era un villaggio globale. La distanza culturale non era più dettata dai chilometri, ma dall’apertura mentale.

Ci ho ripensato spesso in questi giorni, leggendo e ascoltando discorsi rabbiosi contro l’idea stessa di Europa. Eppure, per me, che da sempre ci credo, l’Europa è casa. L’Europa è il luogo in cui un norvegese, un danese, un portoghese o un irlandese possono essere più affini a me, più interessanti da ascoltare e con cui dialogare, di chi è nato nella mia stessa città. Ho sempre pensato che le differenze – di pelle, lingua, fede o cibo – non fossero ostacoli, ma stimoli. Occasioni per imparare, per contaminarsi, per crescere.

Ricordo che da bambino mi dicevano che la nostra sarebbe stata la generazione capace di porre fine alla fame, alla povertà e alle barriere nel Mondo. Ci credevo, e ci credo ancora. La mia adolescenza, la mia voglia di viaggiare e il mio rifiuto delle radici come catene sono nate da quella convinzione: che l’umanità si solleva o cade tutta insieme.

Non è stato mio padre a trasmettermi questa visione – lui era l’opposto. Legato alla terra in cui era nato, alle vecchie conoscenze e ai parenti, anche se questi sono anche coloro che gli hanno dato le maggiori delusioni, più appassionato dei problemi del quartiere che delle ingiustizie globali.

Poi è arrivata Londra. Centinaia di persone incontrate, provenienti da Paesi che conoscevo solo come forme colorate sulle mappe, sono diventate cose reali e belle: risate, sogni, pranzi condivisi, concerti, viaggi, amicizie nate tra muri che cadevano uno dopo l’altro. Quei muri costruiti dalla paura del diverso, della lingua straniera, del colore della pelle, della religione “altra”, perfino dalla stupidità della presunzione dell’avere il cibo migliore del Mondo.

A Londra, le sfide globali sono diventate personali. Mi interessa la politica italiana, inglese, ma anche quella polacca, austriaca, perché ho capito che viviamo tutti nello stesso sistema, nello stesso destino. L’Europa è il mio Paese. Ma lo è anche il resto del Mondo. Se un bambino muore in una guerra che non ha scelto, una parte di me muore con lui. Ecco perché sto con l’Ucraina. E per lo stesso motivo sto con il popolo palestinese. La lista potrei allungarla, ma purtroppo, sarebbe troppo lunga e non voglio che perdiate il filo del discorso.

Oggi quella promessa di un mondo interconnesso sembra infrangersi sotto il peso della paura, della rabbia, della ricerca del nemico. Siamo tecnologicamente vicini, ma umanamente sempre più lontani. Chi vota, ama o vive in modo diverso viene visto non più come diverso, ma come pericoloso. E così si eleggono personaggi di un’ignoranza colossale e divisivi, burattini del rancore.

Ma non dev’essere così. In vent’anni di vita nel Regno Unito ho imparato qualcosa che non si studia nei libri: convivere con il disagio, ascoltare chi non la pensa come te, restare gentile anche quando è difficile. Perché se crediamo ancora in un futuro condiviso, dobbiamo ricordarci che anche chi oggi chiamiamo “nemico” è un essere umano. Non importa dove sia nato, quale Dio preghi o che lingua parli. In riconoscere la sua umanità, riscopriamo la nostra.

Alla fine, non ci eleviamo dimostrando che gli altri hanno torto. Ci eleviamo solo se rifiutiamo di lasciarli indietro.

Quindi, cari amici, quando il mondo sembra bloccato in una “modalità random”, confuso tra algoritmi e confini, ricordatevi che quando ho lasciato Londra, mi sono portato dietro ogni persona che ho incontrato. La loro lingua, i loro dubbi, il loro cibo, la loro musica. Sono diventati parte di me. Anche quando non ero d’accordo, li ho tenuti stretti. Perché siamo uniti da qualcosa di più profondo delle idee: siamo uniti dalla nostra comune umanità.

E anche se mio padre – e molti familiari e conoscenti nel luogo dove sono nato – non hanno mai capito tutto questo, ho sempre saputo che il problema era loro, non mio.

E ora, davanti all’ennesima ondata di volgarità, razzismo, ignoranza e piccoli interessi di quartiere, io scelgo ancora. Scelgo l’Europa. Scelgo la complessità. Scelgo la gentilezza. Scelgo l’umanità.

Le schede del referendum cittadinanza italiana 2025

E domenica alle urne, scelgo anche di dire sì a un referendum che propone una cosa semplice e giusta: riportare a cinque anni il tempo di residenza necessario per ottenere la cittadinanza italiana per chi arriva da fuori dall’Unione Europea.

Una norma di buon senso, che dovrebbe riguardare tutti: inglesi, canadesi, australiani, giapponesi, sudafricani. E invece no. Perché in Italia, quando si dice “extracomunitario”, molti sentono e intendono solo “persona con la pelle scura”.

E questa non è una svista: è l’indicatore profondo di quanto la paura dell’altro, della diversità, della mescolanza, stia ancora guidando troppe scelte. Il razzismo non è un’opinione, è un limite. E quando una società decide di basare le sue leggi su questi limiti, si condanna da sola alla mediocrità.

Io voglio un’Italia che accolga. Che dia a chi lavora, studia, cresce i figli in questo Paese le stesse possibilità che ho avuto io. Perché chi ama questo Paese abbastanza da volerci restare, merita di farne parte.

E se smettiamo di crederci, abbiamo già perso.



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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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