Su un pontile di un lago della Polonia centrale, due sconosciuti camminano in direzioni opposte — ma i loro riflessi si toccano ancora: la quarta puntata di One Frame, One Story.
C’è un lago, da qualche parte nella Polonia centrale, di cui non ricordo il nome. Forse non l’ho mai saputo. È uno di quei posti che non chiedono di essere ricordati: cielo basso di ottobre, canne secche, l’acqua ferma come una lastra che qualcuno ha dimenticato di portare via. Un pontile di legno dal bordo rosso lo attraversava, stretto, appena largo per due persone che non si conoscono.
E su quel pontile, due persone camminavano. In direzioni opposte.
Lei veniva da destra, giacca blu, una borsa rossa come un’unica parola detta ad alta voce in mezzo al grigio. Lui veniva da sinistra, berretto in testa, qualcosa in mano — un caffè, un telefono, una scusa per tenere gli occhi bassi. Si avvicinavano al punto in cui il pontile è troppo stretto per fingere di non vedersi.
Mi fermai. Perché sapevo cosa stava per succedere, e non succede quasi mai davanti a un obiettivo pronto: due sconosciuti che si incrociano nell’unico metro in cui devono, per forza, esistere l’uno per l’altra.
Mi inventai che si conoscessero. Che quel pontile fosse l’ultimo tratto di una cosa lunga anni, e che lo stessero percorrendo in senso contrario apposta — non per caso, ma per protocollo, come si firma un documento in due copie. Lei verso la riva, lui verso l’acqua aperta. Uno che torna, uno che parte. E il pontile, sotto, che non prendeva posizione: reggeva entrambi allo stesso modo, con la stessa indifferenza gentile del legno. Lontano, una piccola barca bianca se ne andava per conto suo, senza fretta, come chi ha già preso la sua decisione da un pezzo e adesso si limita a eseguirla.
Poi guardai in basso, e capii dove si incontravano davvero.
Non sul pontile — lì si sarebbero solo sfiorati, spalla contro spalla, per un secondo, con quella scusa educata che è “permesso”. Si incontravano nell’acqua. I loro riflessi, allungati verso il centro del lago, si toccavano molto prima dei loro corpi, e continuavano a toccarsi molto dopo che i corpi si erano superati. Sotto, capovolti, restavano vicini mentre sopra si allontanavano. L’acqua tratteneva l’incontro che l’aria aveva già lasciato andare.
Pensai che forse è sempre così. Che le persone, in superficie, si incrociano e proseguono, ciascuna verso la propria riva. Ma da qualche parte più in basso, a un livello che non guardiamo mai perché richiede di abbassare la testa, i loro riflessi continuano a stare insieme ancora un po’. Un amore finito non finisce nell’istante in cui i due si voltano le spalle. Finisce molto dopo, nell’acqua, quando anche l’ultimo riflesso si è disperso — e nessuno dei due è più lì a vederlo.
Scattai nell’unico istante utile: quando erano perfettamente simmetrici, schiena contro schiena, alla stessa distanza dal centro. L’attimo esatto in cui si stavano lasciando era anche l’unico in cui erano stati, per davvero, insieme: due punti alle estremità della stessa breve linea rossa.
Poi lei arrivò a riva e non si voltò. Lui arrivò in fondo, dove il pontile finisce e comincia l’acqua vera, e restò un momento a guardare il lago, come chi controlla di aver dimenticato qualcosa e decide di lasciarlo dov’è.
Del posto non ricordo il nome. Ma ricordo che, per qualche secondo, sotto un pontile rosso della Polonia centrale, due persone che si stavano perdendo erano ancora, di sotto, l’una accanto all’altra. E che l’unico ad accorgersene, come al solito, era rimasto sulla riva con una macchina in mano — a rubare la prova che certi addii, prima di finire in superficie, durano ancora un po’ sott’acqua.
— Extra —
Ho scattato guardando in basso, dove nessuno guarda: non i due che si allontanavano, ma i loro riflessi che restavano vicini. Fotografare è quasi sempre questo — abbassare la testa di dieci centimetri e vedere quello che gli altri si perdono. È lo stesso sguardo che provo a mettere nero su bianco in Manuale Creativo per Fotografi Ribelli, il mio libro per chi non vuole fotografare come tutti, ma imparare a guardare dove gli altri passano oltre.
📖 Compralo su Amazon — Manuale Creativo per Fotografi Ribelli
🖼️ One Frame, One Story continua su Urban Mood Magazine: una mia foto, un racconto.

Manuale Creativo per Fotografi Ribelli
40 idee per riscattare il tuo sguardo fotografico. Un libro di Massimo Usai per chi vuole guardare il mondo con occhi nuovi.
Acquista su Amazon In qualità di Affiliato Amazon ricevo un guadagno dagli acquisti idonei.Scopri di più da Urban Mood Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
