In questi giorni un’inchiesta della BBC — «Pizza, pasta, potatoes, protein: how Italian children became so overweight» — ha acceso il dibattito in Italia. Il servizio racconta come nel Sud, tra la Campania e la periferia di Napoli, fino al 40% dei bambini di 8-9 anni sia ormai in sovrappeso; come solo circa un italiano su dieci segua ancora davvero la Dieta Mediterranea, sostituita dalle «cinque P» — pizza, pasta, patate, proteine e pane; e riporta persino il caso di un ragazzo di 170 chili in attesa di un intervento. Un quadro che stride con l’immagine che l’Italia dà di sé nel mondo, e che nel 2025 ha portato il Paese a riconoscere per primo l’obesità come malattia cronica. Abbiamo chiesto al dott. Roberto Pili cosa ne pensa: ne è nata una riflessione ampia sul paradosso di un Paese che rischia di dimenticare uno dei suoi patrimoni più preziosi.
L’inchiesta della BBC sulla Dieta Mediterranea ha fatto molto discutere. Qual è la sua reazione?
C’è qualcosa di profondamente paradossale nel rapporto che l’Italia contemporanea intrattiene con la Dieta Mediterranea. L’abbiamo consegnata al mondo come uno dei modelli alimentari più efficaci per la protezione della salute; ne rivendichiamo con orgoglio l’origine, la cultura, i prodotti, la storia; la utilizziamo come simbolo del Made in Italy e come elemento identitario dei territori. E tuttavia, proprio mentre il resto del mondo ne studia i benefici, noi italiani stiamo progressivamente smettendo di praticarla. È, letteralmente, come sputare sul piatto su cui dovremmo mangiare.
Attenzione però: la Dieta Mediterranea non è una suggestione nostalgica, e neppure una semplice collezione di ricette della tradizione. È uno dei modelli nutrizionali più studiati al mondo. Le linee guida pubblicate nel Sistema Nazionale Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità nel 2025 ne ribadiscono l’associazione con la riduzione del rischio cardiovascolare, metabolico e di numerose patologie croniche, oltre che con una minore mortalità generale. E dal 2010 è riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Eppure qualcosa si è spezzato.
I dati confermano davvero questo allontanamento?
Uno dei segnali più eloquenti arriva dall’indagine ARIANNA sull’aderenza alla Dieta Mediterranea, condotta da ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità e pubblicata nel 2024. Tra i 3.732 partecipanti adulti, appena il 4,85% presentava un’elevata aderenza al modello mediterraneo; l’83,82% mostrava un’aderenza intermedia e l’11,33% bassa. Il campione non può essere considerato una fotografia perfettamente rappresentativa dell’intera popolazione italiana — era volontario e fortemente composto da donne e giovani adulti — ma il segnale che emerge è difficilmente equivocabile e coerente con altri studi: l’Italia si sta allontanando dalla propria tradizione alimentare. Un’indagine del CREA aveva trovato un’aderenza elevata nel 13,3% del campione, confermando anche un’associazione tra conoscenze nutrizionali, condizioni socio-demografiche e qualità dell’alimentazione. Le percentuali cambiano a seconda degli strumenti e delle popolazioni studiate, ma la direzione del fenomeno è chiara.
Particolarmente preoccupante è ciò che accade nelle nuove generazioni. La letteratura richiamata dall’ISS descrive da anni una progressiva «occidentalizzazione» delle abitudini alimentari dei giovani italiani. Studi precedenti citati nel progetto ARIANNA avevano riscontrato una buona aderenza mediterranea soltanto nel 5% dei bambini della scuola primaria e nel 16% degli studenti delle scuole superiori. Stiamo dunque assistendo a un fenomeno culturalmente straordinario: una conoscenza sviluppata dalle generazioni precedenti rischia di non essere più trasmessa a quelle successive. Non stiamo perdendo soltanto delle ricette: stiamo perdendo una tecnologia della salute elaborata nei secoli.
E sui bambini, come li vede l’inchiesta della BBC, le conseguenze sono già visibili?
Purtroppo sì. La sorveglianza nazionale OKkio alla SALUTE dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato nel 2023, tra i bambini di 8-9 anni, il 19% di sovrappeso e il 9,8% di obesità: complessivamente quasi il 29% dei bambini presenta un eccesso ponderale. Ed è un problema fortemente differenziato sul territorio, con percentuali maggiori nelle Regioni meridionali e centrali — esattamente le aree su cui si concentra il servizio della BBC. Ma ancora più significativo è osservare i comportamenti: il 25,9% dei bambini non consuma quotidianamente frutta o verdura; il 18,5% non aveva svolto alcuna attività fisica il giorno precedente la rilevazione; il 45,1% trascorreva più di due ore al giorno davanti a televisione, videogiochi, tablet o smartphone. È la descrizione quasi perfetta di un ambiente obesogeno.
E non possiamo continuare a considerare questi fenomeni come semplici problemi di peso corporeo. Un bambino obeso non è soltanto un bambino con qualche chilogrammo in più: è un organismo in crescita esposto precocemente a insulino-resistenza, alterazioni metaboliche, steatosi epatica, ipertensione, disturbi respiratori e ortopedici, oltre alle conseguenze psicologiche e relazionali dell’obesità. È un individuo che rischia di entrare nell’età adulta con un patrimonio biologico già compromesso. Qui sta il punto essenziale: la prevenzione dell’invecchiamento patologico comincia nell’infanzia. La salute della popolazione anziana di domani si costruisce nelle mense scolastiche di oggi.
Come abbiamo potuto abbandonarla? È solo colpa dei singoli cittadini che «mangiano male»?
Sarebbe troppo facile rispondere così. «Gli italiani mangiano male», «le famiglie dovrebbero educare meglio i figli», «bisogna avere più forza di volontà»: è una spiegazione rassicurante, perché non obbliga nessuno — eccetto l’individuo — ad assumersi responsabilità. Ma è anche largamente insufficiente. Le persone scelgono all’interno dell’ambiente nel quale vivono, e quell’ambiente è profondamente cambiato: sono cambiati i tempi del lavoro, la struttura delle famiglie, le modalità della spesa, la preparazione dei pasti, la disponibilità di tempo, la pubblicità, il rapporto con la cucina, la distribuzione commerciale e perfino la percezione di ciò che rappresenta un pasto.
La Dieta Mediterranea nasceva all’interno di un ecosistema. Prevedeva prodotti prevalentemente vegetali, cereali, legumi, ortaggi, frutta, olio extravergine d’oliva, un consumo appropriato di pesce; ma prevedeva anche cucina domestica, stagionalità, movimento quotidiano, convivialità e relazione con il territorio. La parola greca diaita indicava un modo di vivere, non semplicemente ciò che si trovava nel piatto. Abbiamo conservato il nome e progressivamente smantellato l’ecosistema che lo sosteneva.
Quanto pesano il tempo e il costo del cibo sano?
Moltissimo. Preparare una zuppa di legumi richiede organizzazione; lavare e cucinare verdure richiede tempo; comprare pesce, frutta e ortaggi freschi richiede frequenza nella spesa. Aprire una confezione richiede pochi secondi. In una società fatta di lunghi tempi di lavoro, pendolarismo, pause pranzo ridotte e continua compressione del tempo familiare, questo differenziale diventa determinante. Il mercato l’ha capito perfettamente e ha costruito intorno a esso un’offerta enorme di prodotti pronti, snack, bevande e pasti confezionati ad alta palatabilità. Non è necessario demonizzare ogni alimento trasformato — sarebbe scientificamente sbagliato — ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che il sistema alimentare contemporaneo incentiva un consumo continuo, rapido e spesso svincolato dalla fame fisiologica. La Dieta Mediterranea perde terreno non perché sia diventata obsoleta, ma perché è diventato più difficile praticarla.
E poi c’è la questione economica. Olio extravergine di oliva, pesce, frutta fresca e verdure hanno subìto forti aumenti di prezzo negli ultimi anni. Quando il reddito familiare è limitato, il prezzo per caloria diventa inevitabilmente importante. Ed ecco uno dei paradossi sociali più pericolosi: il cibo ad alta densità energetica può essere economicamente e logisticamente più accessibile del cibo ad alta densità nutrizionale. La libertà di scelta resta formalmente intatta, ma non avviene più su un terreno neutrale. La salute rischia così di diventare un bene socialmente stratificato. Ecco perché dobbiamo iniziare a parlare di diritto di accesso al cibo sano: non il diritto astratto a «mangiare bene», ma la possibilità concreta, per ogni bambino e ogni famiglia, di accedere a un’alimentazione capace di favorire crescita, sviluppo neurocognitivo, salute metabolica e prevenzione delle malattie.
In un sistema sanitario universalistico, quanto ci costa non prevenire?
Ogni volta che la prevenzione fallisce, il conto viene semplicemente spostato nel futuro. E arriva sotto forma di diabete, infarti, ictus, tumori, insufficienza renale, artrosi, disabilità, perdita dell’autonomia, farmaci, ricoveri, assenze dal lavoro e necessità assistenziali. Uno studio di costo di malattia pubblicato sull’European Journal of Health Economics ha stimato per l’Italia, con riferimento al 2020, 13,34 miliardi di euro di costi annuali attribuibili all’obesità: circa 7,89 miliardi di costi sanitari diretti e 5,45 miliardi di costi indiretti, derivanti soprattutto da assenteismo e riduzione della produttività. Sono stime modellistiche, naturalmente, e l’obesità non dipende solo dall’abbandono della Dieta Mediterranea; ma l’ordine di grandezza dovrebbe bastare a cambiare la prospettiva politica.
Investire per rendere accessibile il cibo sano non significa «spendere»: significa investire per evitare una spesa futura molto maggiore. La prevenzione dovrebbe essere considerata un’infrastruttura, esattamente come una rete ferroviaria o energetica: produce capitale umano, autonomia, produttività e minori costi futuri. Secondo l’OCSE, nel 2025 l’Italia destinava alla prevenzione il 4,6% della spesa sanitaria corrente: un dato persino superiore alla media OCSE del 3,4%, quindi sarebbe scorretto dire che siamo semplicemente «ultimi». Ma resta la sproporzione strutturale: oltre il 95% della spesa sanitaria va comunque ad altre funzioni, in larga misura connesse alla diagnosi e alla cura. Il Servizio Sanitario Nazionale continua a essere molto più organizzato per curare la perdita della salute che per produrre salute.
Nel dibattito si tende a evitare il tema degli interessi economici. Lei come lo affronta?
Non servono teorie complottistiche: basta leggere i documenti delle istituzioni sanitarie internazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla ormai esplicitamente di commercial determinants of health, i determinanti commerciali della salute: prodotti, strategie di marketing, lobbying, costruzione del consenso, influenza regolatoria attraverso cui gli interessi commerciali possono incidere sulla salute delle popolazioni. Nel rapporto europeo del 2024 l’OMS ha incluso gli alimenti ultra-processati tra i grandi settori commerciali coinvolti nel carico europeo delle malattie croniche, richiamando l’attenzione sulle strategie con cui alcuni interessi industriali possono ostacolare, indebolire o ritardare le politiche di sanità pubblica. Questo non significa sostenere che «l’industria alimentare vuole farci ammalare»: significa riconoscere una realtà economica elementare. Un’impresa ha interesse a vendere più prodotto; la sanità pubblica ha interesse, in alcuni casi, a ridurne il consumo. Tra queste finalità può esistere un conflitto, e la politica serve proprio a governarlo nell’interesse generale.
C’è poi una gigantesca asimmetria comunicativa. Una mela non dispone di un ufficio marketing. Una lenticchia non sponsorizza un influencer. Un broccolo non compra spazi pubblicitari durante un programma per adolescenti. La piccola azienda agricola che produce olio, ortaggi o legumi non ha le risorse delle grandi multinazionali alimentari. Il risultato è che soprattutto i bambini sono esposti a messaggi capaci di associare prodotti ad alta densità energetica a divertimento, gratificazione, successo sociale e ricompensa. L’OMS considera da tempo il marketing di alimenti ricchi di grassi, zuccheri e sale rivolto ai bambini una questione di sanità pubblica. Esistono forme di autodisciplina, ma di fronte alla trasformazione digitale della pubblicità — social, influencer, gaming, sponsorizzazioni, profilazione — servono strumenti ben più ampi e continuamente aggiornati. Non possiamo pretendere che un bambino di nove anni eserciti una «libertà di scelta alimentare consapevole» di fronte a uno degli apparati di persuasione più sofisticati mai costruiti. La libertà senza protezione può diventare semplicemente esposizione.
E la politica? L’Italia conosce il problema.
Lo conosce benissimo. Dispone di epidemiologi, nutrizionisti, pediatri, oncologi, cardiologi, medici di sanità pubblica, università e istituti di ricerca capaci di descriverlo perfettamente. Pubblica linee guida, organizza convegni, finanzia campagne. Ma troppo spesso fatica a trasformare la conoscenza in politiche strutturali. La vicenda della sugar tax è emblematica: l’imposta sulle bevande analcoliche edulcorate è stata introdotta dalla legge di bilancio per il 2020, ma la sua applicazione è stata ripetutamente rinviata, e la legge di bilancio 2026 ne ha spostato ancora l’entrata in vigore al 1° gennaio 2027. La stessa associazione dei produttori di bevande ha accolto con favore il rinvio, auspicandone la cancellazione definitiva. Si può legittimamente discutere se quella specifica tassa sia ben costruita o migliorabile, ma non si può ignorare il significato politico di una misura approvata e poi rinviata per anni.
Il problema della prevenzione è proprio questo: i suoi successi non fanno rumore. Un ospedale inaugurato si fotografa; un nuovo robot chirurgico si mostra; una lista d’attesa ridotta produce subito consenso. Un infarto che non si verificherà tra quindici anni grazie alla corretta alimentazione di un adolescente di oggi non avrà alcuna inaugurazione. Nessuno taglierà un nastro. Eppure è precisamente quello l’investimento che un Paese lungimirante dovrebbe compiere.
Che cosa servirebbe, concretamente? Una politica nazionale della Dieta Mediterranea?
Occorre cambiare scala. La Dieta Mediterranea non può essere affidata soltanto alle campagne informative: dire ai cittadini «mangiate meglio» mentre tutto l’ambiente li spinge nella direzione opposta è una contraddizione. Serve una politica nazionale che coinvolga insieme sanità, agricoltura, scuola, università, economia, welfare, urbanistica e lavoro. La scuola dovrebbe diventare il primo grande presidio della prevenzione nutrizionale: le mense non sono solo un servizio di ristorazione, ma strumenti sanitari ed educativi. Nel 2026 l’OMS ha pubblicato specifiche linee guida per costruire ambienti alimentari scolastici sani, intervenendo non solo sull’educazione ma su ciò che viene effettivamente offerto, venduto e promosso a scuola.
Verdura, legumi, cereali integrali, pesce e prodotti territoriali dovrebbero diventare economicamente più accessibili, soprattutto per le famiglie vulnerabili. La fiscalità dovrebbe premiare ciò che produce salute e valutare con attenzione strumenti disincentivanti per ciò che genera esternalità sanitarie importanti. L’agricoltura mediterranea andrebbe considerata non solo un settore produttivo, ma un elemento della politica sanitaria nazionale. Le città dovrebbero permettere di camminare; i bambini dovrebbero poter fare attività fisica a prescindere dal reddito familiare. E l’educazione alimentare dovrebbe insegnare una competenza apparentemente banale ma ormai rivoluzionaria: saper cucinare. Preparare legumi, verdure, cereali, pesce e pasti semplici è ciò che rende concretamente praticabile la Dieta Mediterranea nella vita quotidiana.
Non è un’operazione nostalgica? Un ritorno al passato?
Al contrario. Non si tratta di conservare un museo né di tornare alla società rurale degli anni Cinquanta. Dobbiamo fare qualcosa di molto più ambizioso: trasferire i principi biologicamente favorevoli della Dieta Mediterranea dentro la società del XXI secolo, renderla compatibile con il lavoro contemporaneo, con la città, con le nuove famiglie, con la ristorazione collettiva, con le piattaforme digitali e con l’economia moderna. Dobbiamo innovarla senza distruggerla. Può diventare una grande infrastruttura europea della prevenzione: le Regioni che si affacciano sul Mediterraneo possiedono prodotti, conoscenze, biodiversità e cultura alimentare capaci di sostenere questo processo. Per l’Italia sarebbe anche una straordinaria politica industriale: difendere olio extravergine d’oliva, legumi, cereali, ortaggi, frutta, pesca sostenibile e produzioni territoriali significa proteggere insieme salute, agricoltura, paesaggio, occupazione e comunità rurali. È uno dei rarissimi ambiti in cui salute pubblica e interesse economico nazionale possono coincidere.
Un’ultima riflessione. Perché parla di «diritto al cibo sano»?
Nel Novecento abbiamo costruito il diritto universale alle cure. Nel XXI secolo dovremo affiancargli progressivamente il diritto alle condizioni che consentono di non ammalarsi, e tra queste l’accesso al cibo sano è fondamentale. Non significa che lo Stato debba decidere ciò che ogni cittadino deve mangiare; significa che una Repubblica che garantisce cure universali non può essere indifferente alle condizioni economiche, commerciali e ambientali che contribuiscono a produrre le malattie che poi dovrà curare. Soprattutto in un continente che invecchia e in cui diminuiscono le nascite: quando i giovani sono meno, la salute di ciascuno diventa ancora più preziosa per la collettività. Non basta aumentare l’aspettativa di vita: dobbiamo aumentare gli anni vissuti in buona salute, autonomia e funzionamento. È questa la vera sfida della longevità contemporanea, e comincia molto prima della geriatria: dalla gravidanza, dall’infanzia, dalla scuola, dalla famiglia, dal territorio e dal cibo che ogni giorno mettiamo sulla tavola.
L’Italia possiede già una parte importante della risposta. L’ha costruita nei secoli, l’ha studiata, l’ha esportata, e il mondo l’ha riconosciuta: si chiama Dieta Mediterranea. Sarebbe uno dei grandi paradossi della nostra storia diventare il Paese che, dopo averla insegnata al mondo, ha dimenticato come praticarla. Ecco perché continuare ad assistere con indifferenza alla sua erosione non è soltanto un errore alimentare: è un errore sanitario, sociale, economico, educativo e politico. È, appunto, sputare sul piatto su cui dovremmo mangiare.
L’inchiesta citata è disponibile sul sito della BBC: «Pizza, pasta, potatoes, protein: how Italian children became so overweight». Le opinioni espresse nell’intervista sono del dott. Roberto Pili.

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3 comments
[…] Decidi tu cosa mangi. Niente zuccheri nascosti, niente additivi con nomi impronunciabili. Solo pomodoro, olio, erbe. […]
[…] La scienza della longevità, però, racconta un’altra storia. Nei luoghi del mondo dove si vive più a lungo — dalle montagne della Sardegna a Okinawa — le persone anziane non si allenano: si muovono. Coltivano l’orto, camminano, si alzano e si siedono decine di volte al giorno, salgono scale. Il segreto non è l’intensità, è la costanza quotidiana. Un corpo che si muove ogni giorno, anche poco, invecchia meglio di uno che si sfianca una volta a settimana. […]
[…] Dieta Mediterranea: il patrimonio culturale in pericolo […]