Bar Jolly Assemini: 60 anni di sfoglie, memoria e colazioni che restano

Quando penso al passato, a quando ero davvero un bambino, faccio molta fatica a ricordare amici o emozioni precise. Quello che mi torna alla mente, invece, sono degli episodi. Scene isolate, quasi dei fotogrammi.

Parlo dell’infanzia più precoce, prima ancora dell’adolescenza. Alcuni ricordi sono così nitidi da sorprendermi ancora oggi, soprattutto perché risalgono a quando ero piccolissimo. Alcuni addirittura a prima dei cinque anni.

Tre, in particolare.

Il primo. Faccio cadere la moto di mio padre. Mi spavento. Ho paura che si arrabbi e decido di nascondermi nell’erba davanti all’ingresso di casa. Avevo al massimo quattro anni. I miei genitori mi chiamano, io non rispondo. Rimango nascosto. A un certo punto iniziano a preoccuparsi seriamente. Arrivano anche i vicini per aiutare nelle ricerche, si spingono fino al fiume vicino. Mi trovano dopo più di un’ora. Quando spiego perché mi ero nascosto, solo allora si accorgono della moto rovesciata a terra. Non gliene importa nulla. Sono ancora scossi per lo spavento.

Il secondo episodio. Mia sorella era nata da pochi mesi. Sono davanti alla sua carrozzina, lei è sveglia e sorride. Io sto mangiando una caramella e, improvvisamente, mi sento in colpa. Ne ho un’altra in tasca, perfetta. Voglio che la mangi anche lei. Faccio quello che, nella mia testa di bambino, è il gesto più naturale del mondo: gliela metto in bocca. In un attimo smette di sorridere, cambia colore, non respira. Panico. Per fortuna mia madre era nella stanza accanto e arriva di corsa. Con colpi secchi sulla schiena riesce a liberarla. La caramella schizza via e si spiaccica contro il muro. Ricordo tutto. È stata, credo, la mia prima esperienza di un vero film di fantascienza, ma senza effetti speciali.

Il terzo episodio ha a che fare con il calcio. Mia madre simpatizzava per l’Inter. Io avevo quasi quattro anni e, ovviamente, tifavo per la squadra che tifava lei. La squadra della nostra città doveva affrontare per la prima volta l’Inter. Una domenica mio zio mi porta allo stadio Amsicora, a Cagliari. Della partita non ricordo nulla. Ricordo solo che ero seduto vicino alla bandierina del calcio d’angolo. Mio zio mi dice: “Guarda, quello è Corso”. Poco dopo: “Quello è Jair”. Erano lì, davanti ai miei occhi.

Con il tempo, i ricordi diventano meno isolati, più diluiti. Uno di questi è legato a una nevicata nel 1966.

A Cagliari quasi non nevica mai. E quando succede, le date restano scolpite nella memoria collettiva per generazioni. Non fu una grande nevicata, ma sufficiente perché le scuole restassero chiuse. Mia madre, nonostante tutto, prova comunque a portarmi a scuola. Arrivati davanti al cancello chiuso, decidiamo di fermarci nel bar lì vicino. Era un’attività nuova, all’epoca. Si chiamava Bar Jolly e faceva delle sfoglie straordinarie.

Credo fosse la prima volta che mi sedevo in un bar. Mia madre parlava con qualcuno, io mangiavo la mia pasta. Quel bar esiste ancora oggi. È il 2026 e il Jolly festeggia sessant’anni. Continua a fare quelle stesse sfoglie, “le sfoglie”, semplicemente. Ogni volta che torno a Cagliari ci passo per un caffè e una di loro. Per me restano, senza esitazioni, tra le migliori colazioni che abbia mai mangiato in qualsiasi parte del mondo.

Sessant’anni dopo, quel sapore è ancora lì. E con lui, senza sforzo, tornano anche tutti quei ricordi.

Le paste del Bar Jolly Assemini



Massimo



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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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