Aspettando il Bus Notturno – Racconto sulla violenza e la memoria

Sono solo seduto qui, ad aspettare il passaggio del mio bus notturno. Non passa una macchina da che sembra un’eternità. Accendo un’altra sigaretta, forse la terza o la quarta. Difficile dirlo. Il fumo si arriccia nell’aria umida. Qui è tutto silenzioso, tranne il vento che scuote gli alberi e il pianto lontano di un bambino che arriva da uno dei palazzi vicini.

Conosco bene quel palazzo, perché’ in questa fermata aspetto il bus notturno oramai da un decennio.

Lei abita lassù. Terzo piano. Persiane rotte. Un fiore di plastica attaccato al vetro. Non so nemmeno perché guardo, ma lo faccio sempre. Forse è abitudine. O senso di colpa. O quella malata speranza che qualcosa sia cambiato.

Il suo nome significava luce. Me lo ricordo perché l’avevo cercato una volta. Strano, no? I nomi non coincidono mai con il peso che le persone finiscono per portarsi addosso.

Aveva venticinque anni quando è successo. Non l’ho visto, ma l’ho saputo. L’ho saputo da qualcuno che l’aveva sentito da qualcun altro. Poi un giorno l’ho incrociata al supermercato, aveva lo sguardo gonfio come se non dormisse da un anno. Era dopo il processo. A lui hanno dato sette anni. Sette anni per averla distrutta.

Una volta sorrideva come se bevesse sole ogni mattina. Era una di quelle persone che ti facevano sentire meglio solo con la loro presenza. Ora ha quello sguardo vuoto. Come se non fosse davvero lì. Come se guardasse il mondo da dietro un vetro che non riesce a rompere.

Ora ha due figli. Di due uomini diversi, credo. Somigliano a lei. Piccoli, rumorosi, sempre a piangere. Uno ha l’asma, mi pare. A volte lei urla contro di loro. Non è cattiva, solo disperata. Quel tipo di urlo che suona più come un affogare che un arrabbiarsi.

La maggior parte dei giorni sta seduta sui gradini, con una felpa grande, a fumare anche con il bimbo in braccio. Una bottiglia in una mano, la sigaretta nell’altra. Ubriaca già prima di mezzogiorno, certe volte. Gli occhi non si mettono a fuoco. Come se guardasse oltre te, o attraverso di te, o forse non le importa più se ci sei o no.

Non sapeva più chi fossi. La sua memoria non aveva più spazio per ricordi futili e i suoi incubi erano diventati così grandi che aveva bisogno di spazio nel suo cervello. Doveva eliminare cose, ricordi, prima di tutto, ed aveva eliminato me.

Una volta, anni fa, credo che saremmo potuti diventare amici. Abbiamo parlato una volta. Una cosa veloce. Disse che le piacevano i miei stivali. Io dissi che mi piaceva la sua risata. Era prima dei tribunali. Prima dei crolli. Prima che smettesse di andare al lavoro. Prima che tutto si spaccasse.

Una notte l’ho sentita urlare. Tardi. Quel tipo di urlo che ti fa gelare le ossa. Il vicino ha chiamato la polizia. Sono arrivati, sono rimasti davanti alla porta per un po’, poi se ne sono andati. Non è successo niente. Non succede mai niente. In questi casi.

Sua madre ha provato ad aiutarla. Le portava la spesa, con un volto piu’ stanco del suo. Ma anche le madri si consumano. Non la vedevo da mesi. Forse un anno.

A volte resto qui fuori troppo a lungo. Solo a guardare. Solo a pensare. Alle volte mi dimentico di salire sul bus e mi tocca aspettare quello successivo. Ricordo quel giorno come se fosse stato proprio ieri. Lei in un vestito giallo, che rideva per qualcosa di stupido che qualcuno aveva detto. Scarpe abbandonate nel marciapiede di fronte, un drink in mano, il sole nei capelli. Una volta era gioia.

Ora sta solo… sopravvivendo. Non credo che sappia che giorno sia, la maggior parte del tempo. Non credo che le importi. E non la biasimo.

La gente la evita. Sussurra. Dice che si è lasciata andare. Dice che è un disastro. Ma nessuno dice quanto è stata forte ad arrivare fin qui. Nessuno dice che sopravvivere non è lo stesso che guarire.

È stata violentata. Lui ha avuto tempo. Lei ha avuto figli da quella violenza. Ha perso la testa. Ha preso da bere. Non riesce a pensare. Ubriaca fradicia sempre. Lui passa spesso con la sua Tesla bianca, con quella forma arrogante come lui. Ha sempre qualche bambino nuovo in macchina e la sua moglie sorride sempre con delle tette nuove dopo ogni nuova gravidanza.

È così che mi risuona in testa a volte questa storia, come una poesia rotta che non si ferma mai.

Pianto di bambino. Lamento di bambino. Lacrime di bambino da occhi di bambino. Cosa è andato storto in paradiso?

Non meritava niente di tutto questo. Non la violenza. Non il silenzio dopo. Non gli sguardi di pietà. Non il lento oblio. Non gli anni passati a provare a rimettersi insieme con l’alcol e il sonno profondo.

Passa davanti a me a volte. Non dice niente. Gli stivali che graffiano l’asfalto. Trascina un piede, appena. Sembra sempre che stia andando in un posto dove non vuole andare.

Vorrei dirle qualcosa. Qualsiasi cosa. Ma non ci sono parole giuste. Nessuna frase aggiusta questo tipo di rovina. Così resto seduto. Lascio che il fumo mi riempia i polmoni. Lascio che il silenzio si stenda. Lascio che passi.

Sto ancora aspettando il mio bus. Ancora seduto qui. Ancora pensando al suo volto, mentre beve la luce del sole. Ancora ricordando quel giorno come se fosse stato solo ieri.

La violenza non lascia altro che menti spezzate. E gente come me, seduta nel silenzio, senza sapere cosa fare con tutta questa maledetta memoria. Quella che io non riesco a eliminare, come lei invece fa molto bene.


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Massimo Usai https://urbanmoodmagazine.com

After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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