Arte, tatto e accessibilità culturale: quando l’arte si fa linguaggio universale

Parlare di accessibilità culturale significa interrogarsi sul senso profondo dell’esperienza artistica e su chi ne resta, ancora oggi, escluso. È da questa consapevolezza che nasce il laboratorio di espressione artistica Fare con le mani”, promosso da IERFOP Onlus a Cagliari, un percorso formativo e di ricerca rivolto a persone con disabilità visiva, cieche e sordocieche, che utilizza il tatto come strumento primario di conoscenza, relazione ed espressione.

Al centro del progetto non vi è un’idea compensativa dell’arte, ma una vera ridefinizione dei suoi linguaggi e delle sue modalità di accesso.

«Quando parliamo di accessibilità culturale afferma Roberto Pili, presidente di IERFOP Onlusnon ci riferiamo a una semplificazione dell’arte, ma alla possibilità concreta di accedere al suo significato attraverso canali diversi. Il tatto diventa un linguaggio conoscitivo completo, capace di restituire complessità, emozione e valore simbolico. Questo laboratorio non è solo un’esperienza artistica, ma un vero dispositivo di ricerca applicata, pensato per sviluppare modelli replicabili di accessibilità culturale».

La dichiarazione di Pili chiarisce con precisione il perimetro culturale dell’iniziativa: l’accessibilità non come adattamento riduttivo, ma come ampliamento del linguaggio artistico, capace di includere nuove modalità percettive senza impoverire il contenuto.

Un concetto che trova ulteriore profondità nelle parole di Bachisio Zolo, Direttore della Formazione in IERFOP, che pone l’accento sulla dimensione umana e relazionale della percezione:

«Leggere il volto con le mani significa restituire alle persone con disabilità visiva l’accesso pieno al linguaggio dell’arte. La percezione non è solo visiva, è profondamente umana. Quando l’ambiente culturale si trasforma per accogliere tutte le modalità percettive, l’arte diventa realmente inclusiva e capace di generare appartenenza, relazione e cittadinanza».

Il volto umano, tema centrale del laboratorio, diventa così una grammatica universale: non più affidata esclusivamente allo sguardo, ma esplorata attraverso il tatto, rendendo accessibile un codice visivo tradizionalmente esclusivo. In questa prospettiva, l’arte si trasforma in uno spazio condiviso, dove l’esperienza sensoriale diventa veicolo di identità, riconoscimento e partecipazione.


Il laboratorio e il lavoro sul campo: tradurre l’arte, non semplificarla

Accanto alla cornice teorica e culturale delineata da Pili e Zolo, il progetto si sviluppa concretamente attraverso il lavoro dello Studio Manforte, guidato da Michele Piccolo e Stefano Manzotti, responsabili della progettazione e conduzione delle attività laboratoriali.

Piccolo descrive il loro approccio con una metafora particolarmente efficace:

«A noi piace paragonare il nostro lavoro a quello del traduttore letterario. La questione cruciale è “tradurre” le forme visibili, come le immagini di un quadro o di un paesaggio, in forme comprensibili al tatto. Una traduzione che comporta una trasformazione, ma che avviene sempre con grande attenzione a conservare il più possibile la forma, il significato e il gusto estetico dell’opera».

Non si tratta, dunque, di spiegare l’arte, ma di renderla esperibile. Il tatto diventa un linguaggio strutturato, capace di restituire volumi, tensioni, direzioni e significati simbolici.

Il laboratorio si articola in due fasi: una prima dedicata all’esplorazione del volto umano attraverso modelli reali e attività di modellazione in argilla; una seconda incentrata sulla realizzazione di un’opera collettiva in altorilievo, destinata a diventare un’installazione permanente. Un processo che unisce dimensione individuale e costruzione condivisa.

Su questo aspetto insiste Stefano Manzotti:

«Il valore di un lavoro di gruppo che utilizza l’arte come ponte di accessibilità e inclusione risiede nella forza del confronto. Affrontando un tema comune, gli allievi hanno la possibilità di condividere un percorso creativo nelle sue variabili e nelle sue costanti, trasformando l’esperienza individuale in un processo collettivo di relazione e consapevolezza».

Dal punto di vista psicologico e relazionale, l’esplorazione tattile del volto contribuisce a ricomporre esperienze percettive spesso frammentate, rafforzando identità, autostima e prossimità emotiva. L’argilla, in questo contesto, diventa un vero mediatore cognitivo ed emotivo: non uno strumento passivo, ma un mezzo attraverso cui il partecipante diventa autore di significato.

Il percorso si conclude con la mostra aperta al pubblico “Mani che ascoltano, forme che parlano”, momento di restituzione e dialogo con la città, ma anche affermazione di un principio culturale più ampio: l’accesso alla bellezza non può essere un privilegio, ma un diritto universale.

Con questa iniziativa, IERFOP Onlus rinnova il proprio impegno nella formazione accessibile, nella ricerca applicata e nella promozione dell’arte come strumento di inclusione, partecipazione e piena cittadinanza culturale, tracciando una direzione chiara e replicabile per il futuro dell’accessibilità artistica.


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