Ice Age Coming: i Radiohead, El Niño e la colonna sonora della crisi climatica

Nell’anno del più forte El Niño da decenni, riascoltare Radiohead — Hail to the Thief e Idioteque, con il suo «ice age coming» — e capire perché li sentiamo come profezie. Anche quando non lo erano.

Nell’estate del 2026 la NOAA ha alzato l’allerta: un El Niño forte, forse tra i più intensi dal 1950, in rafforzamento verso l’inverno. La parola “disastro” ha ricominciato a circolare come sottofondo, e con lei quella sensazione — diffusa, bassa, costante — che qualcosa di grande stia arrivando e noi si continui a fare la spesa. È su quella frequenza che tornano, non richiesti, i Radiohead.

Ice Age Coming: Idioteque e l’allarme di Kid A

C’è una canzone che sembra scritta apposta per questo momento, e non è nemmeno la più famosa. Sta in fondo a Kid A (2000), si chiama “Idioteque”, ed è costruita su un allarme che Thom Yorke ripete come un mantra: ice age coming, l’era glaciale sta arrivando. E poi la riga che nel 2026 fa venire i brividi: we’re not scaremongering, this is really happening — non stiamo esagerando, sta succedendo davvero. Ventisei anni fa suonava come paranoia elettronica. Oggi suona come un bollettino.

Curioso: Yorke cantava di glaciazione mentre noi bruciamo. Ma il punto di “Idioteque” non è mai stato il termometro — è la rottura, il clima che esce dai binari, e soprattutto il modo in cui ci arriva la notizia: a pezzi, tra il rumore, mentre balliamo. Here I’m allowed everything all of the time: l’abbondanza e la catastrofe nello stesso ritornello. È la nostra condizione esatta.

Hail to the Thief, il disco da cui nasce tutto

Poi c’è Hail to the Thief (2003), il disco da cui nasce questo articolo. E qui va detta una cosa onesta, perché è la parte interessante: quel disco non parla di clima. Nasce da un’altra paura — l’era Bush e Blair, l’11 settembre ancora caldo, la guerra in Iraq, la menzogna di stato, la sorveglianza. È un disco politico, il cui sottotitolo, The Gloaming, significa “il crepuscolo”.

Eppure lo ascoltiamo, nel 2026, e sentiamo il clima dappertutto. “2 + 2 = 5” apre con l’accusa a chi non ha voluto vedere: you have not been paying attention. “The Gloaming” evoca un genio uscito dalla bottiglia e “l’ora delle streghe”: qualcosa di irreversibile, ed è tardi. “Sit down. Stand up” finisce in un diluvio ossessivo — the raindrops, the raindrops — ripetuto finché non diventa panico. “A Wolf at the Door” è il disastro che bussa alla porta di casa mentre la cena va avanti.

Come fa un disco sulla politica del 2003 a sembrare un disco sul clima del 2026? Non lo fa. Lo facciamo noi. È il meccanismo più antico dell’arte: un’opera abbastanza vera resta abbastanza aperta, e ogni epoca ci versa dentro la propria paura dominante. Nel 2003 quella paura si chiamava guerra e potere; nel 2026 si chiama siccità, alluvione, El Niño. La musica non è cambiata di una nota. Siamo cambiati noi, e le abbiamo dato un nuovo referente.

Riconoscerlo non toglie niente all’emozione — la rende più onesta. La “connessione drammatica” tra quelle canzoni e i bollettini di oggi è reale come esperienza di ascolto; non lo è come intenzione dell’autore. Sono due cose diverse, e tenerle separate è ciò che distingue l’ascolto dall’autosuggestione.

Perché c’è un rischio, in tutto questo, ed è il vero motivo per cui vale la pena scriverne. Trasformare la crisi climatica in un’estetica — un mood, una playlist per la fine del mondo — è il modo più elegante di non farci niente. “Idioteque” lo sapeva già: this is really happening. Non “che bel brivido”, non “che vibe”. Sta succedendo. E l’El Niño, quello vero, non è l’apocalisse in due settimane, e non è nemmeno il cambiamento climatico: è un ciclo naturale che quest’anno sarà forte, che si somma a un pianeta già più caldo e rende tutto più leggibile. Confondere il ciclo con la fine, e la fine con una colonna sonora, è esattamente il tipo di distrazione che Yorke cantava.

Il crepuscolo del titolo, the gloaming, non è la notte. È quella luce incerta prima del buio in cui puoi ancora vedere dove metti i piedi. Ecco cosa sono, oggi, questi dischi: non profezie di una fine, ma la colonna sonora di un’ora in cui si vede ancora abbastanza per decidere qualcosa. A patto di smettere di ballare abbastanza a lungo da accorgersene.

Leggi anche: Radiohead a Glastonbury 2017: le foto dal Pyramid Stage

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After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
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In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
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