Libri usati e intelligenza artificiale: il boom che nessuno sa spiegare

Le vendite di libri usati sono in pieno boom, e il sospetto è che dietro ci sia l’intelligenza artificiale. L’ho letto sulla BBC in questo pomeriggio di Ferragosto, con quel caldo che ti costringe a stare fermo e a pensare, e la storia continua a girarmi in testa. La riassumo, perché merita — e poi ci metto del mio (alla fine).

Il boom dei libri usati e il sospetto dell’intelligenza artificiale

L’articolo della BBC ci informa che da qualche mese i librai dell’usato, in mezzo mondo, notano una cosa strana. Ordini enormi, improvvisi, senza logica apparente. Stuart Manley, di Barter Books nel Northumberland, in una settimana normale vende due o tremila libri: un solo ordine all’ingrosso da un’azienda canadese gli ha svuotato lo scaffale come sette giorni di lavoro. «In trent’anni di mestiere non avevo mai visto niente del genere», dice. E non è il solo: la stessa scena si ripete da Edimburgo a Londra. Testi latini oscuri accanto a romanzi western. Nessun filo che li leghi.

Dove finiscono? Nessuno lo sa con certezza — e qui voglio essere onesto, perché lo è anche l’articolo della BBC: si parla di sospetto, non di prova. I librai non sanno chi compri, né perché. L’ipotesi che circola nei loro forum è che dietro ci sia l’intelligenza artificiale, affamata di testi nuovo da cui imparare. Materiale raro e insolito — proprio come quei libri fermi da anni — è esattamente ciò che può servire ad allenare i grandi modelli linguistici, la tecnologia che sta sotto ai chatbot.

Project Panama e la “scansione distruttiva”

Il sospetto si appoggia a una sentenza americana del 2025: un giudice ha stabilito che addestrare un’AI su libri acquistati regolarmente non viola il copyright statunitense. E dalle carte processuali — in una causa che riguarda proprio Anthropic, l’azienda che sviluppa il chatbot Claude — è emerso che alcuni libri, nel processo, vengono smembrati e riciclati. Nelle comunicazioni interne il progetto avrebbe un nome: Project Panama, con l’obiettivo dichiarato di «scansionare in modo distruttivo tutti i libri del mondo».

La scansione distruttiva è questo: si toglie il dorso, si digitalizzano in fretta tutte le pagine, la carta va al macero. Anthropic, va detto per correttezza, precisa che nessuno dei suoi programmi «compra e distrugge libri rari o antiquari», e che acquisire libri per l’addestramento è una prassi diffusa nell’intero settore. Fin qui la cronaca. Da qui in poi ci metto del mio.

Il gesto che sembra un lutto

La prima reazione, la più istintiva, è lo sgomento. Un libro strappato, sfogliato da una macchina, poi buttato. Sembra profanazione. E in certi casi lo è: Derek Walker, libraio di Edimburgo, fa la distinzione giusta. Un testo accademico stampato in cento copie, di cui settantacinque già nelle biblioteche, se ne perde una non è una tragedia. Ma un’edizione del Settecento di cui esiste un solo esemplare al mondo — quello, distruggerlo dopo che è sopravvissuto tre secoli, sarebbe una perdita vera. Su questo confine non si scherza, e chi compra alla cieca «a peso» quel confine non lo vede.

Eppure Manley, che di libri vive, dice una cosa che mi ha fatto fermare: «il mondo non ha più bisogno di cinque milioni di copie del Codice Da Vinci». E aggiunge: «ho avuto libri in vendita per vent’anni sul web, che non si erano mai venduti — fino ad ora».

E se non fosse una fine, ma un travaso?

Proviamo a rovesciare la storia. Non «l’intelligenza artificiale distrugge i libri», ma: cosa succede alla conoscenza contenuta in un libro che nessuno legge più? Un volume rimasto vent’anni su uno scaffale, mai venduto, è già oggi una specie di morte lenta. Le parole ci sono, ma non parlano a nessuno. Quel sapere — l’osservazione dimenticata, la ricetta, la cronaca di provincia, il ragionamento di un autore che nessuno cita più — è vivo quanto un seme chiuso in un cassetto.

Quando quel testo entra nell’addestramento di un modello, l’oggetto scompare, è vero. E qui devo essere preciso, perché è facile raccontarsi una favola: il libro non diventa un archivio che tu e io possiamo andare a consultare. Non è una biblioteca digitale dove ripeschi la pagina. Il singolo volume si scioglie in numeri, in schemi statistici, e in quella forma non lo recuperi più. Chi ti dice «così i libri diventano patrimonio di tutti» ti sta vendendo una consolazione un po’ comoda.

Cosa resta della conoscenza di un libro

Eppure qualcosa, di quel libro, sopravvive e si sposta. Non l’oggetto: la conoscenza. Il seme chiuso nel cassetto, invece di marcire, viene macinato e sparso in un terreno immenso, dove milioni di persone — facendo una domanda, cercando una risposta — ne raccolgono senza saperlo un frammento. La copia fisica muore; l’informazione che conteneva smette di essere muta.

Non è la stessa cosa di una biblioteca, e non voglio far finta che lo sia. È un’altra cosa. Più imperfetta, più opaca — non sai mai quale libro stia parlando quando l’AI ti risponde — ma anche, a suo modo, più capillare di qualsiasi scaffale. È la differenza tra conservare un fiore sotto vetro e lasciare che il suo polline arrivi ovunque.

Perché continuo a tornare sulla BBC

Aggiungo una nota personale, che c’entra più di quanto sembri. Questa storia l’ho trovata sulla BBC, come trovo lì tante cose che altrove non leggo. Non passa giorno senza che ci spenda almeno mezz’ora, e ogni volta esco più informato, un po’ più ricco. È buffo, se ci pensi: sto riflettendo su come l’intelligenza artificiale si nutra di testi scritti da esseri umani — e lo faccio grazie a un pezzo di giornalismo umano, fatto di telefonate a un libraio del Northumberland, di dettagli, di dubbi tenuti onesti. Il giornalismo buono e l’AI non sono in guerra: uno resta la fonte, l’altra il fiume in cui quella fonte si versa. Se la fonte si secca — se smettiamo di scrivere, di indagare, di stampare — anche il fiume, prima o poi, resta senz’acqua.

C’è un’altra cosa che mi preme, ma la lascio per un’altra volta, perché merita spazio suo: il fatto che questa tecnologia meravigliosa venga usata male da troppi. Non perché sia cattiva, ma perché non l’abbiamo ancora capita — e chi non la capisce la riduce a un compagno immaginario per fare i furbi. Ci torno presto. Promesso.

Per oggi mi tengo l’immagine di Manley, che dopo trent’anni vede uscire dal magazzino libri fermi da due decenni. Forse verranno distrutti. Ma forse, di alcuni di loro, qualcosa continuerà a parlare — in una forma che non avremmo mai immaginato, a persone che non sapranno mai di starlo ascoltando. E un libro che torna a dire qualcosa, in fondo, non è del tutto morto.

Questo sta diventando molto velocemente il “Futuro” che immaginavo da ragazzino.

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After more than 25 years spent between London, Warsaw, and Brussels—three cities that taught me everything except how to resist a good coffee—I’ve had the pleasure of collaborating with international outlets such as The New York Times, Time Out London, and Vancouver News.
Today, I’m the Director of Urban Mood Magazine and the Editor behind Longevitimes.com, where I explore stories at the intersection of culture, photography, and longevity.
I love blending images and words to turn every piece into a small journey—authentic, original, and occasionally a little mischievous.
In recent years, I’ve been diving deep into the world of Sardinia’s Blue Zone, developing expertise in longevity, traditions, and the science behind living better (and longer).
And yes—I’m also an Arsenal supporter. Nobody’s perfect. / To contact me massimousai@mac.com

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